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Vertice di Copenhagen sul clima: "Tutte chiacchiere e distintivo"

category internazionale | ambiente | editoriale author Monday December 14, 2009 06:57author by FdCA - Gruppo di Lavoro energia e ambiente - Federazione dei Comunisti Anarchiciauthor email fdca at fdca dot it Report this post to the editors

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Il mondo malato

Quanti anni sono passati dal vertice di Kyoto che partorì il famoso protocollo, secondo il quale gran parte degli Stati della Terra si impegnavano a ridurre le proprie emissioni di CO2 e degli altri gas serra, responsabili principali dell'aumento repentino della temperatura media del Pianeta?

Come possiamo continuare a delegare i nostri bisogni, la difesa della nostra salute e dell'ambiente biologico in cui viviamo, a persone che, per il ruolo sociale che rivestono, pensano prima di tutto ad accumulare denaro e proprietà, infischiandosene del bene collettivo?


Vertice di Copenhagen sul clima: "Tutte chiacchiere e distintivo"


Quanti anni sono passati dal vertice di Kyoto che partorì il famoso protocollo, secondo il quale gran parte degli Stati della Terra si impegnavano a ridurre le proprie emissioni di CO2 e degli altri gas serra, responsabili principali dell'aumento repentino della temperatura media del Pianeta?

12 anni. Ad oggi (ottobre 2009) sono 187 i paesi che l'hanno ratificato ma, di questi, si contano sulle dita di una mano quelli che in parte hanno realmente iniziato ad applicarne gli intenti.

È pur vero che il protocollo è entrato ufficialmente in vigore nel 2005, dopo la ratifica dello stato Russo avvenuta nel 2004 (contributo in emissioni di circa il 18% sul totale) grazie al quale si è superato il tetto del 55% di emissioni totali dei paesi aderenti al protocollo, posto inizialmente come quantità al di sotto della quale il protocollo non poteva entrare ufficialmente in vigore. Sembra però che la stragrande maggioranza dei paesi ratificanti, compresa l'Italia, abbiano approfittato di questa sorta di standby non tanto per cominciare a diminuire gradualmente le proprie emissioni di gas serra, ma semmai ad aumentarle.

Oltretutto l'intento del vertice di Kyoto non è che prevedesse chissà quale stravolgimento rivoluzionario, con il suo obbligo ai paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di gas serra in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 (preso come anno di riferimento) in un periodo di cinque anni, dal 2008 al 2012.

E oltretutto con tutta una serie di scappatoie ad uso e consumo delle grandi imprese che, in cambio di progetti nei paesi in via di sviluppo, che producano benefici ambientali in termini di riduzione delle emissioni di gas-serra, ovviamente a spese delle fiscalità generali degli Stati, permettano alle multinazionali di questi identici Stati, di continuare a sforare i limiti previsti dal protocollo.

Come al solito, in barba agli accordi su cui loro stessi allegramente pongono le loro ipocrite firme.

Veniamo all'oggi.

Il 7 Dicembre è cominciato il Vertice di Copenaghen, la conferenza mondiale indetta dall'Onu sul clima, chiamata anche Cop15, perché è la quindicesima conferenza della "Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC)"; con la Cop3 nacque il Protocollo di Kyoto. Questa conferenza andrà a sostituire il protocollo di Kyoto, che come abbiamo visto scadrà nel 2012.

Ma non contenti dei "risultati ottenuti", pur a fronte di un misero -5% previsto a Kyoto, che cosa si apprestano a promettere gli oltre 15 mila delegati, provenienti da 192 nazioni?

La Cop15, che durerà fino al 18 dicembre, si propone di imporre dei limiti alle emissioni di gas serra che permettano di raffreddare di almeno 2 gradi la temperatura media del pianeta.

Secondo il foro intergovernativo sul mutamento climatico (IPCC) ciò sarebbe compatibile con una riduzione delle emissioni, da parte dei paesi sviluppati, dal 25 al 40 % rispetto ai livelli del 1990, in 10-15 anni a partire da subito.

Il 25-40%. Ossia 5-8 volte quello previsto da Kyoto, quando quel pur miserabile obbiettivo non è stato nemmeno minimamente sfiorato dalla stragrande parte dei paesi ratificanti.

Eppure le vanagloriose promesse non mancano. La Cina, ad esempio, ha promesso di tagliare le emissioni di gas serra per unità di crescita economica, misurate nel 2005, del 40-45% entro il 2020; l'India ha promesso di tagliarle del 24% nello stesso periodo; gli Stati Uniti del 17% entro il 2020 e l'Unione europea del 20% rispetto ai livelli del 1990.

Staremo a vedere. Per ora, al di là dei legittimi dubbi sui futuri intenti degli Stati industrializzati, le uniche certezze che abbiamo a disposizione sono quelle dei disastri ambientali provocati dall'interesse senza scrupoli del capitalismo.

A Copenaghen dibatteranno di sterili cifre mentre intere regioni vengono destinate a discariche a cielo aperto, per la cui gestione le varie mafie ingrassano sulla pelle della popolazione, permettendo al capitale e alle imprese di abbattere i costi ambientali facendoli pagare in natura, anzi in salute, agli abitanti.

Spenderanno ipocritamente parole a ruota libera sulle tecnologie a basso contenuto di carbonio, in un sistema che solo con le guerre, oltre a seminare morte, produce più CO2 delle emissioni dei veicoli di intere nazioni messe insieme.

Anche a guardare in casa nostra le cose sostanzialmente non cambiano.

Basta osservare i partecipanti e gli invitati al summit tenutosi a Roma, il 4 dicembre 2009, organizzato dal Kyoto Club e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in preparazione della delegazione italiana per Copenaghen.

Tra gli invitati infatti c'èra la presidentessa della Confindustria, Emma Marcegaglia, la cui impresa è proprietaria di vari impianti di incenerimento per "combustibile da rifiuti" (CDR), e centrali elettriche a biomasse; tra gli impianti più inquinanti dal punto di vista delle emissioni di gas serra, e oltretutto beneficiaria di quel meccanismo perverso, finanziato con le tasche del contribuente italiano, che va sotto la sigla CIP6.

La cosa buffa è che la signora Emma tempo fa si lamentava dei troppi vincoli che vengono dalla UE o da Kyoto in tema di emissioni di gas serra. Un ottimo portavoce delle istanze ambientali, non c'è che dire!

Mentre la nostra ministra dell'ambiente, la signora Prestigiacomo, comproprietaria di alcune delle industrie più inquinanti del settore chimico siracusano, ha avuto il pudore di non andare al summit di Roma ed ha preferito mandare come rappresentante il direttore generale del dicastero.

Come possono degli individui, direttamente interessati alla massimizzazione dei loro profitti, a scapito di tutto e quindi anche della nostra salute e dell'ambiente, rappresentare le istanze ambientali?

Come possiamo continuare a delegare i nostri bisogni, la difesa della nostra salute e dell'ambiente biologico in cui viviamo, a persone che, per il ruolo sociale che rivestono, pensano prima di tutto ad accumulare denaro e proprietà, infischiandosene del bene collettivo?

Noi pensiamo che per quanto riguarda la saturazione della nostra atmosfera ed in generale dell'intera ecosfera terrestre, ci stiamo pericolosamente ed esponenzialmente avvicinando al carico limite.

Prevedere i tempi del collasso è impossibile, tante sono le variabili al contorno.

Ma la via intrapresa dal mito dell'accumulazione capitalista e dello sviluppo senza limiti ci trascina inesorabilmente verso conseguenze irreversibili di disastri sociali e ambientali. Catastrofi ambientali da una parte e guerre dall'altra ne sono l'esempio diretto.

A meno che non rovesciamo la tendenza.

Certamente a partire anche dai comportamenti individuali, opponendosi con personale virtuosismo al dilagante consumismo, come propagandano la maggior parte delle organizzazioni ambientaliste. Ma ciò non è sufficiente, perché rovesciare questa tendenza alla miseria sociale ed ambientale, si ottiene specialmente gestendo direttamente ed in maniera egualitaria e libertaria la nostra vita collettiva, senza delegare agli Stati ed alle loro istituzioni alcun aspetto di essa.

Abbiamo visto troppe volte nella storia di quali disastri i capitalisti e le istituzioni statali che li appoggiano siano capaci sia in tema ambientale che sociale.

Un altro mondo di libertà, uguaglianza sociale e partecipazione non solo è possibile, ma diviene sempre più necessario.


12 dicembre 2009

Gruppo di Lavoro energia e ambiente
FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI



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author by Saveri Craparo - Unione dei Comunisti Anarchici d'Italiapublication date Thu Jan 07, 2010 06:28author email saverio47 at infinito dot itauthor address author phone Report this post to the editors

Mi permetto di sottoporre un altro punto di vista sui problemi del vertice di Copenaghen
L’attenzione i tutti i media del mondo è stata concentrata sul vertice di Copenaghen, in trepida attesa di quel che sarebbe uscito: nuovo accordo vincolante (per chi lo sottoscrive e che poi lo applica davvero), nuovo accordo con semplice dichiarazione d’intenti, nessun accordo, etc.). l’unica cosa certa è l’imputato: l’accumulo dei cosiddetti gas serra nell’atmosfera terrestre ed il conseguente riscaldamento globale del pianeta.
È curioso che un effetto, ovviamente preoccupante e da tenere sotto stretto controllo, tenga banco così prepotentemente nelle agende politiche di tutti i paesi e di tutti i movimenti ambientalisti. Perché due cose sono assodate. La prima è che il riscaldamento della terra è stato inferiore ad un grado e mezzo negli ultimi centocinquanta anni; tra l’altro il famoso punto di non ritorno circa la temperatura della Terra continua ad oscillare tra il 2050 ed il 2100. E la seconda è che altre emergenze urgono alle porte della sicurezza del nostro futuro relativamente ai disastri ambientali: piogge acide che distruggono interi tratti di costa, rifiuti altamente inquinanti smaltiti in un moda tale da non suscitare alcuna tranquillità, cambiamenti climatici dovuti alla dissennatezza con cui immense aree verdi vengono adibiti a culture adatte a imbandire le nostre tavole, ma che creano disequilibri spesso irreversibili, e così via.
Circa mezzo secolo fa un gruppo di scienziati lanciò un allarme sulla possibile implosione del sistema ambientale se gli allora alivelli di incremento produttivo fossero continuati al ritmo dell’epoca: pubblicarono un saggio intitolato “I limiti dello sviluppo”. I ritmi di crescita sono aumentati e le fosche previsioni non si sono avverate, ma negli anni settanta prese corpo l’industria del disinquinamento, con i relativi profitti. Da allora diffido degli allarmi catastrofisti, che pure si basano su fatti reali, perché mi viene sempre da chiedermi. “cui prodest?”
Ovviamente ciò non significa che si possa continuare ad ignorare i problemi, tanto qualcuno li risolverà, prima o poi. Ma quando partono campagne mediatiche in grande stile è opportuno sempre chiedersi quali interessi esse servano, visto che è difficile credere alla reale preoccupazione di chi i disastri li provoca nella più pura logica del profitto a qualunque costo, per poi gridare al pericolo e fare altri profitti per rimediare al mal fatto.
Credo che l’attuale situazione, più che riguardare la morigeratezza dei paesi nei confronti dell’inquinamento da CO2, sia da inquadrare in una guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti (cui naturalmente l’Europa fa spettatore impotente: la prima chiede agli Usa di Obama (salito alla casa Bianca con l’auspicio delle industrie legate alle energie alternative) di fare il passo più grande, come doveroso da parte della nazione che più emette e più consuma; la seconda chiede alla Cina di rallentare l’invasione del mercato mondiale, con una concorrenza basata sul basso costo della manodopera e sull’assoluto disprezzo dei problemi ambientali.
Nulla di buono ne può uscire e fanno bene i gruppi ambientalisti ad inscenare vibrate proteste nella capitale danese. Ma pure a questi ultimi qualcosa si può addebitare. Precisamente lo spargere la convinzione che siano i nostri comportamenti individuali che vadano cambiati per salvare il salvabile. Ciò è negativo da due punti di vista. Prima di tutto, se è vero che uno stile di vita più attento agli inutili sprechi non è incompatibile con una dimensione che preserva livelli accettabili di benessere, è ben più vero che gli eccessi da un lato sono prima di tutto nel sistema produttivo e dall’altro sono frutto di un attenta campagna che induce i bisogni: la frutta fuori stagione, ad esempio, è una grande fonte di inquinamento sia laddove si produce, sia per i trasporti che comporta, ma la mostra che essa fa nei supermercati non induce certo a questa riflessione
La cosa principale è un’altra. I comportamenti individuali, seppur utili e virtuosi, non cambiano sostanzialmente la radice reale dei problemi. Sono i processi produttivi legati al profitto che generano gli squilibri, incuranti di essi, ma che poi, come detto, addirittura ne traggono ulteriori profitti. Addossare, invece, le colpe agli individui, vittime di un vortice che non controllano, come fanno, ad esempio i teorici del non sviluppo, non solo vuol dire errare il segno cui mirare, ma anche e per di più allontanare la coscienza che solo un radicale cambiamento dei rapporti sociali di proprietà può risolvere realmente i problemi che il capitalismo di rapina, ovverosia tutto il capitalismo, continua a generare.
Saverio Craparo, Unione dei Comunisti Anarchici d'Italia

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