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Sulla crisi

category internazionale | economia | stampa non anarchica author Thursday February 23, 2012 17:08author by Paul Mattick, Jr. Report this post to the editors

Come descrivere gli eventi che hanno sconvolto l'economia globale negli ultimi tre anni? La maggior parte dei commentatori economici concordano sul fatto che ci sia stata una crisi finanziaria, che ha dato origine a una recessione, ma che una azione rapida del governo per salvare le società finanziarie e "stimolare" l'economia abbia scongiurato la minaccia di una vera e propria depressione. Alcuni economisti non si aspettano una ripresa economica prima di un anno o due, mentre quasi tutti sono d'accordo che anche un miglioramento dell'economia sarà una ripresa senza posti di lavoro, ma l'opinione comune, almeno per il momento, è che il peggio è alle nostre spalle. Ma, con qualunque variazione, l'idea di base è che la causa principale dei problemi del mondo è stato il crollo del settore finanziario americano, causato dalla assunzione di rischi finanziari senza precedenti, stimolati dai fantastici profitti raggiunti da questo settore negli anni 90 e aiutati da una regolamentazione governativa lassista. [English]

Mentre gli economisti “ufficiali”, dopo aver esultato per decenni per il sistema di autoregolazione del mercato, hanno avuto poco da dire sugli eventi attuali, con la notevole eccezione della denuncia di Paul Krugman che parla della sua professione come un fallimento di analisi, previsione, e spiegazione, i pensatori eterodossi hanno avuto tempi migliori. Ma anche la maggior parte di loro si sono concentrati sulla crisi finanziaria come cuore della questione. Così scrittori diversi come George Cooper, autore in campo finanziario e l’economista marxista Fred Moseley - da allora ha cambiato opinione - si sono uniti a Nation, del Robert Pollin che aggiorna la caduta di Nixon attraverso Keynes, "Noi siamo tutti Minskyites adesso".

Minsky, stile Keynes, ha indicato una fonte psicologica della crisi finanziaria, nel suo caso un eccesso di disponibilità al rischio speculativo generato da una serie di buoni profitti. Ma più fondamentalmente, tutte le spiegazioni della recessione come traslazioni da una crisi finanziaria si basano sulla distinzione, ormai comunemente negli scritti economici di tutti i colori ideologici, tra finanza e la cosiddetta economia reale. Nella versione di Cooper "della teoria di Minsky" mentre i "mercati dei beni e servizi" sono, come l'economia ortodossa ha sempre sostenuto, caratterizzati dalla "stabilità", questo non "è valido per il mercato azionario, per i mercati del credito, e per il sistema del mercato in generale" che una volta disequilibrati non hanno alcuna tendenza a tornare ad un equilibrio stabile.(1) Il problema, è da questo punto di vista, non l'economia capitalista in quanto tale, la produzione e la distribuzione per trarre profitti da beni e servizi, ma la sovrastruttura finanziaria eretta sulla sua base, che, sfuggita al controllo, può svelarsi con conseguenze per la struttura sottostante.

Il capitalismo è infatti, come Marx ha sottolineato tempo fa, un sistema duale, in cui i processi fisici di produzione sono contemporaneamente processi di valore della produzione e della circolazione. Dal momento che questi processi seguono diversi imperativi, i conflitti facilmente sorgono tra di loro. Vi è, tuttavia, solo una economia. Non solo la finanza e la produzione sono intimamente correlati, poichè il capitalismo opera sulla base del credito. Il capitale fittizio, come lo chiamava Marx, che si sviluppa sulla base del sistema creditizio è dal punto di vista capitalistico reale come il capitale investito in mezzi reali di produzione e forza lavoro. In questo sistema sociale, ricordiamo, l'aspetto del valore, come la forma sociale dominante dell'attività produttiva, che disciplina l’aspetto del valore d’uso; la produzione di beni serve alla produzione di profitto. Se le merci non possono essere vendute a prezzi adeguati per il profitto, non verranno prodotte. Se più alti tassi di rendimento si trovano nella speculazione, il denaro si sposta dalla produzione ai mercati azionari. E per questo motivo che, come Henryk Grossmann ha osservato, i periodi di ridotta redditività tendono ad essere periodi di maggiore attività speculativa. La speculazione, come Grossmann ha sostenuto con il supporto di numerosi esempi empirici, "serve funzioni necessarie. ... Rende possibile una proficuo "investimento" di un eccesso di capitali accumulati", anche se questi profitti non sono prodotti da capitale, ma sono trasferimenti di capitali da una mano all'altra. Così "la speculazione è un mezzo per sostituire la mancanza di valorizzazione raggiunta dall’attività produttiva con i guadagni derivati dai mercati azionari persi dalle masse dei capitalisti minori ... ed è quindi un potente mezzo per la concentrazione di capitale monetario." (2)

Se quello che è successo alla fine del 2007 era fondamentalmente una crisi finanziaria, perché la curva traccia il declino della produzione industriale globale cosi similmente da seguire da vicino il modello impostato dal crollo del 1929, abbastanza diversa dai flessi poco profondi che hanno caratterizzato le recessioni del 1957, 1973, 1981, 1990 e 2000? Perché la ripresa presumibilmente già in corso sarà senza posti di lavoro? Le agenzie d’investimento rimanenti stanno facendo ottimi profitti su operazioni finanziarie, ma le banche rimangono in gran parte reticenti ad offrire credito alle imprese che ne hanno bisogno per sopravvivere, oppure di espandersi. La General Motors, lo scorso anno vicina al fallimento, è stato salvata, a quanto pare, con l'intervento del governo, a costo di un gran numero di posti di lavoro, mentre i lavoratori hanno dovuto accettare più bassi salari, minore tutela della salute, e peggiorative condizioni pensionistiche. Ma le società dello stato del Michigan insieme con la California, lo stato più grande dell'Unione - stanno scivolando verso il collasso fiscale, chiudendo università, scuole e biblioteche, riducendo i servizi fondamentali come l'assistenza sanitaria. Nel frattempo, l'economia europea continua a rallentare, con un aumento della disoccupazione, mentre il Giappone rimane impantanato nella stagnazione

La Cina è in crescita, ma questo sembra dovuto in parte alle ingenti somme pompate nell'economia da parte dello Stato, insieme alla capacità dell'industria cinese di prendere quote di mercato da produttori di altri paesi, grazie ad una miscela di sussidi governativi, mantenimento del renminbi (o yuan ndt) a buon mercato, e la capacità di uno stato di polizia di imporre bassi salari e dure condizioni di lavoro. Inoltre, se guardiamo indietro, nel corso dei decenni precedenti la debacle, non vediamo la prosperità lineare propagandata a quel tempo dai sostenitori della EFFICIENT MARKET HYPOTHESIS, ma quello che era, in termini storici, l'economia mondiale relativamente stagnante, la vediamo muoversi attraverso recessioni di gradi di varia severità punteggiati da crolli di borsa e di banche, debiti e crisi valutarie, sostenuti solo dalla costante quantità crescente di debito pubblico, aziendale e personale.

Per dirla in poche parole, la crisi appare come una crisi finanziaria, non perché il resto dell'economia è sano, ma perché la finanza era il settore più dinamico dell'economia, e quindi quello in cui la debolezza di fondo potrebbe fare la sua più drammatica apparizione.

Qual era questa debolezza di fondo? Robert Brenner dà una buona descrizione del corso degli eventi che portano alla depressione in corso in "the origins of the present crisis", scritto come introduzione alla traduzione in spagnolo (2009) del suo “Economics of global turbulence”(Verso, 2006). Nel suo nuovo testo, come come nel volume aggiornato, Brenner spiega la fine del boom economico che seguì la Seconda Guerra Mondiale come dovuto a un calo del tasso di profitto per le economie dei G-7, Stati Uniti, Germania, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia e Canada, che a sua volta ha causato un calo del tasso di crescita degli investimenti. L'aumento dei livelli del debito agevolati da parte delle autorità monetarie e l'ondata di speculazione incoraggiato dalla deregolamentazione serviva per mantenere qualcosa di simile a periodi di boom in un processo che Brenner chiama " bolla speculativa keynesiana". Alla fine, tuttavia, l’insufficiente redditività del capitale ha minato questa prosperità artificiale. Questa diagnosi è certamente corretta, fino a quando funziona. Si accorda con l'analisi del ciclo economico elaborato tempo fa da Wesley C. Mitchell, sulla base di decenni di studio empirico al NBER. Come "la realizzazione di profitti è l'obiettivo di necessità di controllo di gestione aziendale" ha concluso Mitchell, la redditività fluttuante è "la chiave di fluttuazioni economiche.".

Come dimostra Pepe Tapia nel documento che presenterà, resta vero che i profitti sono "il fattore che porta l'economia ad un boom quando crescono e spingono l'economia ad un fallimento quando stagnano o cadono, come si può vedere, per gli esempi più recenti, nei dati statistici relativi alle recessioni del 1990, 2001 e 2007, in tutti queste i profitti stagnavano o addirittura hanno cominciato a declinare diversi trimestri prima dell’inizio della recessione".

A differenza di Mitchell, Brenner viene considerato un economista marxista, anche se il suo marxismo, nelle parole dei redattori della New Left Review, dove il suo libro fu pubblicato la prima volta, "ha poco in comune con deduzioni spesso considerate ortodosse del Il Capitale. Assiomi di crisi sulla base di una crescente composizione organica, e la caduta di redditività degli investimenti capitalisti, non possono essere trovati qui."(3), invece, Brenner utilizza statistiche tratte da una vasta gamma di studi ufficiali e non ufficiali come base per un'analisi costruita in termini di concetti mutuati dal giornalismo economico e affaristico senza alcuna critica concettuale, come la "redditività", la "produttività del lavoro", la "produttività del capitale", ecc…

La sua tesi è radicalmente diversa da Marx poiché non fa alcun riferimento alla teoria del valore e del plusvalore. Brenner non fa alcuna distinzione tra i profitti prodotti dal capitale manifatturiero e non manifatturiero, in cui il lavoro non produce beni né di conseguenza plusvalore; inoltre tratta tassi e interessi come costi di business, senza indagare le relazioni tra ciò che da un punto di marxista sono le forme di plusvalore.(4). Dal punto di vista di Brenner il profitto è sovra più di prezzo sui costi della manifattura (criterio del mark-up o cost plus: consiste nel fissare il prezzo di un prodotto secondo una percentuale incrementativa dei costi sostenuti per la sua realizzazione. Ndt) , limitata dalla pressione della concorrenza di mercato. Così spiega il crollo della redditività del manifatturiero nel post-1965 nei paesi del G-7 come determinato dal "l'incapacità dei produttori di incrementare i prezzi a sufficienza sui costi dovuti alla produzione internazionale in cui la capacità di produzione eccede la domanda ad un eccesso di produzione." (5) . Questo è il profitto come appare, nella parole di Marx,"nella coscienza di tutti i giorni degli agenti della produzione stessa,"(6) come un aggiunta al costo di produzione di una merce, che si realizza quando la merce viene venduta. La questione relativa alla possibilità di questa aggiunta, come un aumento della ricchezza sociale, -il tema di Marx - nel capitolo 5 del primo volume del Il Capitale - è quello che Brenner non solleva più di quanto non faccia il capitalista ordinario. Egli discute solo del limite fissato ad ogni capitale individuale che lo divide dalla concorrenza.

Cosi come se lo chiese Marx, tuttavia, se la concorrenza impone un tasso medio di profitto in tutta l'economia, perché quel tasso è "ora il 10 per cento o 20 per cento o del 100 per cento?" (7) Contestando le spiegazioni del declino della redditività con riferimento ai salari aumentati, Brenner afferma che essa è dovuta a "un problema di tutto il sistema di over-capacity (eccessivo inutilizzo di capitale costante ndt) e di sovraproduzione, frutto di intensa concorrenza internazionale," (8) che ha costretto i produttori rivali ad aumentare la produttività, limitando la portata del possibile mark-up. Ma l’over-capacity ha senso solo in relazione a un determinato livello di domanda effettiva, come Marx ha osservato nel corso di una critica di spiegazioni post-Ricardo della crisi, i riferimenti ad una “pletora di capitale” sono solo un modo nascosto di parlare di sovraproduzione, che a sua volta può significare solo una carenza di domanda effettiva, poiché chiaramente non vi è sovra-produzione di beni relativi ai bisogni umani (9). Brenner si fornisce la soluzione a questo enigma, anche se non è a conoscenza di esso, quando egli osserva che "con soppressione della crescita dei profitti e quindi di investimenti e salari, la domanda aggregata è cresciuta più lentamente" dopo il 1973 (10). Vale a dire, non è che l’over-capacity limita la redittività, ma che il calo dei tassi di profitto, portano (come Brenner dice) a un tasso decrescente di accumulazione, ponendo dei limiti alla domanda che appaiono ai produttori sotto forma di over-capacity. Per spiegare il calo di redditività si richiede una teoria del profitto, piuttosto che una descrizione come di un'aggiunta al prezzo di costo, e quindi una teoria del valore.

Naturalmente, la teoria che ho in mente è quella di Marx, con la sua deduzione della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la sua spiegazione del ciclo di crisi come un meccanismo per contrastare questa tendenza con la riduzione dei costi del capitale costante (insieme con il costo della forza lavoro). Così mi trovo d'accordo con le affermazioni di Andrew Kliman nel suo recente progetto per un giornale su “La caduta persistente della redditività sta alla base della crisi attuale", che"è tempo di recuperare questa legge [della caduta di redditività] e la teoria del valore su cui si fonda.". Il giornale di Kliman stesso riguarda direttamente non ciò che Marx chiama il saggio del profitto, ma vari fenomeni che possono andare con questo nome nei dati tratti dalle attuali statistiche del business statunitense, come i dati citati da Mitchell e Tapia. Questo è, per cominciare, perché, come Kliman dice, "il compito della teoria è quello di spiegare fenomeni osservati. Pertanto, lo scopo di uno studio della redditività dovrebbe essere quello di spiegare i movimenti di cosa il business e gli investitori intendono quando parlano del saggio di profitto o tasso di rendimento, piuttosto che tenere conto dei movimenti in un costrutto teorico.". In ogni caso, come Kliman giustamente sottolinea, i dati necessari per stimare il saggio di profitto di Marx che oggi richiederebbero una misurazione del "capitale dell'economia mondiale nel suo complesso" - "non sono disponibili". La sua soluzione per le astrazioni di Marx è quella di sostituire le categorie fenomenologiche spostandosi su una economia nazionale, affermando che l'analisi “condotta in termini di processi reali” che causano variazioni dei tassi di profitto, può essere una di quelle in cui i processi causali sono quelli della teoria di Marx.

Questo non è, tuttavia, così facilmente realizzabile. Per fare solo un esempio, Kliman tenta di collegare i dati di contabilità nazionale sul reddito alla teoria marxiana attraverso ciò che egli chiama l'espressione monetaria del tempo di lavoro, calcolato dividendo il PIL nominale per l'occupazione, moltiplicato per 1000 per produrre migliaia di dollari per anno di lavoro. A parte il fatto che, per Kliman stesso, il tempo di lavoro è una questione globale, piuttosto che una questione nazionale, per Marx solo i lavoratori impiegati in occupazioni produttive sono il tempo di lavoro astratto rappresentato dal prezzo in denaro. Per fare un altro esempio, Kliman sostiene che un costrutto teorico come "un aumento della composizione tecnica del capitale", tenuto da Marx per spiegare il calo di redditività, svolge "un ruolo in analisi, ma non un ruolo causale nel mondo reale." E quindi dovrebbe essere sostituito da una (presunta) categoria non teorica come “il processo di innovazione tecnica”. Kliman non spiega la relazione tra l’“analisi” teorica e le "determinazioni causali del mondo reale"; è difficile vedere come "i processi causali richiamati nell’analisi di Kliman sono quelli della teoria di Marx" quando in realtà i costrutti teorici marxisti, dal’"aumento del capitale organico" al “(marxiano) saggio di profitto" sono stati abbandonati. Ma qualunque sia il mio disaccordo con le teorizzazioni di Kliman, la questione che ha sollevato, del rapporto tra i costrutti teorici, descrizione causale, e fenomeni osservabili, è di importanza cruciale. Qualunque siano le statistiche necessarie per l'economia mondiale, non possono risolvere la questione della correttezza della legge di Marx della caduta tendenziale del saggio di profitto. Prima di tutto, il “profitto” di Marx è plusvalore prodotto dal capitale industriale, misurato rispetto al capitale costante e variabile investito. Nel mondo reale, tuttavia, questo plusvalore esiste in forme diverse, come profitto su tutti i tipi di investimento, interessi, affitti, redditi da capitale e tasse.

In aggiunta, i rapporti di valore sono oscurati dalla fioritura degli strumenti di credito, e dalla tendenza degli investimenti di espandersi al di là della domanda in tempi di prosperità e di ridursi al di sotto delle esigenze sociali nei periodi di depressione. Di conseguenza, sarebbe impossibile dire, se le statistiche esistenti, su quanto è contato in un dato momento in termini di prezzi reali, come valore del capitale complessivo, capitale variabile e plusvalore è reale, abbiano una reale corrispondenza alla teoria di Marx (11). Un esempio lampante è stata la recente scomparsa, nel corso di tre mesi, all'inizio della recessione attuale, degli utili conseguiti negli ultimi tre anni delle prime cinque banche americane. E 'per questo motivo che Marx intesse la sua analisi non in termini di prezzo, ma in termini di valore, ed è per questo che dice che la legge del valore agisce "nello stesso modo che la legge di gravità si afferma quando la casa di una persona crolla su di lei "(12). In un momento di crisi, quando i prezzi vengono portati con forza a più vicini alla sottostante -e cambiata momentaneamente- struttura di valore, il fatto è che il prezzo è una rappresentazione dell’attuale processo sociale di lavoro che diventa visibile. Anche allora, però, i termini della rappresentazione restano incalcolabili.

Più fondamentalmente, i valori sono in linea di principio non osservabili. Ciò che è osservabile sono i prezzi delle materie prime e il lavoro concreto svolto in produzione di merci. La teoria ha trasmesso queste, la definizione di valore come tempo di lavoro come astratta nel processo di scambio di mercato con la sua rappresentazione in forma di prezzi, perché il processo di rappresentazione è determinato da una molteplicità di fattori, che vanno dalla competizione fra capitali per la suddivisione di plusvalore alla manipolazione governativa degli scambi di valuta, la cosiddetta legge del valore non è una legge quantitativa del tipo scientifico naturale, ma una spiegazione del modo in cui gli scambi di mercato collegano le attività produttive svolte per i salari a un sistema unificato di produzione e distribuzione che produce un surplus (in forma di denaro) di cui si appropria una classe dirigente. E' in questo che risiede il suo significato causale, poiché ciò che è organizzato dal movimento di denaro è il processo di lavoro reale. Qualunque siano le possibilità di breve periodo per un travisamento monetario del sistema produttivo fisico, a lungo andare, in pratica, può significare decenni -l'estrazione di plusvalore, in tutte le sue forme empiriche, è limitata dalla quantità effettiva di lavoro eseguito in aggiunta a quello necessario per riprodurre la forza lavoro e rinnovare o ampliare i mezzi di produzione. La manodopera necessaria per le merci che non sono prodotte, o che non possono essere vendute a prezzi con un rendimento di profitto, non avrà una rappresentazione da parte dalla quantità di denaro necessario per soddisfare le richieste generate dal sistema creditizio. Per fare un esempio particolarmente pertinente, la stagnazione dei salari reali, frutto di una flessione della redditività, ha reso impossibile per molti possessori di mutui subprime di soddisfare i loro obblighi una volta che la bolla dei prezzi delle abitazioni è scoppiata a causa dei limiti di espansione del credito, a partire dal crollo finanziario generale del 2007.

Cosi le categorie di valore, mentre sono inutili per l'analisi statica dello standard genere dell’economia, possono essere utilizzate per predire e spiegare le tendenze storiche del sistema capitalista.

La teoria marxista non può prevedere specifiche gestioni temporali o spiegare i singoli eventi diversi, fornendo un modello generale in cui sono situate. (Naturalmente, altri approcci teorici non possono comunque farlo). Così la teoria di Marx fornisce una spiegazione generale per il collegamento tra il calo di redditività e la recessione notata da Mitchell e da altri osservatori, anche se ogni recessione ha caratteristiche individuali spiegabili solo con riferimento a specifiche condizioni storiche. E' stato il fenomeno particolare come la deregolamentazione della finanza del post-1980 e lo sviluppo delle obbligazioni di debito che hanno reso possibile le forme di speculazione che hanno portato alla debacle finanziaria attuale, ciò che la teoria di Marx è l'imperativo a incrementare la speculazione durante questo periodo.

Allo stesso modo, è stata l'analisi del dopoguerra dell’"economia mista", sul presupposto della correttezza della critica di Marx all'economia politica che ha reso possibile la dimostrazione di Paul Mattick dato che la spesa pubblica, in quanto uso non produttivo di plusvalore, non poteva fornire una nuova controspinta alla tendenza del tasso di profitto a cadere, le future manifestazioni di tale tendenza avrebbero trasformato la spesa pubblica stessa in una nuova fonte di difficoltà per l'economia globale, che ha ora a che fare con l'espansione del debito mentre la redditività è rimasta lontana dal superare le dinamiche fondamentali del capitalismo diagnosticate da Marx. Mattick ha mostrato, "la spinta produttiva del governo è ... limitata dalle limitazioni della produzione privata di profitto."(13) Questa limitazione si è presentata nella crescita continua del debito pubblico, in fenomeni come la combinazione di inflazione con stagnazione economica, e in ultima analisi in un ritorno a condizioni di crisi a causa dei limiti stabiliti sull'accumulazione di capitale da una insufficiente massa di profitti. Anche se è raramente citato in questo momento, l’evidente correttezza di Mattick e quindi della teoria marxista su cui si basa, rappresenta un insolito successo predittivo nel campo delle scienze sociali. Non sarebbe nemmeno, a mio avviso, sbagliato dire che ciò che è stato realizzato era una spiegazione della crisi attuale.

Paul Mattick, jr.

Traduzione a cura della redazione di Connessioni.


Note

1. G. Cooper, The Origin of Financial Crises (New York: Vintage, 2008), p. 93.
2. H. Grossmann, Das Akkumulations-und des Zusammenbruchsgesetz kapitalistischen Systems (Leipzig: Hirschfeld, 1929), pp 543, 546.
3. Ibid., P. ii.
4. Cfr. ibid., P. 252.
5. Ibid., P. 136.
6. Marx, Capital, vol. III, p. 117.
7. L'unica risposta a questa domanda, Marx prosegue, è "di dichiarare che il tasso di profitto e quindi il profitto stesso è un sovrapprezzo, determinato in modo incomprensibile, sul prezzo parziale di una merce come determinato dai salari. L'unica cosa che la concorrenza ci dice è che questo saggio di profitto deve essere ad un determinato livello. Ma questo lo sapevamo già ... " Capital, vol. III, p. 1005.
8. Brenner, p. 128.
9. Cfr. Karl Marx, [Theories of Surplus Value,] Economic Manuscript of 1861-63 in Karl Marx e Frederick Engels, Collected Works, vol. 32 (New York: International Publishers, 1989), pp 129 ss.
10. del Brenner, p. 148.
11. Così ho sbagliato a dire in un precedente lavoro che i valori di plusvalore complessivo, capitale variabile e capitale costante sono "in linea di principio misurabili" (vedi "Some Aspects of the Value-Price Problem", p. 63n58.
12. Capital, vol. I, p. 168.
13. Paul Mattick, Marx and Keynes (Boston: Porter Sargent, 1969), p. 163.

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