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Risposta di un anarchico siriano al documento di First of May sulla Siria

category mashrek / arabia / irak | imperialismo / guerra | dibattito author Wednesday September 25, 2013 17:29author by Shiarauthor email shiar at riseup dot net Report this post to the editors

Sono rimasto felicissimo nel vedere, finalmente, come un gruppo anarchico nel Nord del mondo faccia un tentativo serio di capire quello che succede in Siria ed esprima chiaramente la sua posizione sulla rivoluzione siriana. Mi piace molto e sono d'accordo per la maggior parte con quanto espresso nella parte finale intitolata "La nostra posizione", ma ho parecchi problemi con le parti precedenti di introduzione e di sfondo. Ecco quindi alcuni miei commenti nello spirito del vostro invito che auspica "opinioni di altri, in particolare di coloro che hanno più esperienza nell'area e specialmente da anarchici che vivono nella regione", nella speranza che possano contribuire ad un dibattito più informato tra gli anarchici e ad una comprensione, una presa posizione e un'azione migliori per quanto riguarda la Siria. [English]
Bandiera siriana, “Io sono libero quando tutti gli esseri umani che mi sono accanto – uomini e donne – sono ugualmente liberi.” – Mikhail Aleksandrovich Bakunin
Bandiera siriana, “Io sono libero quando tutti gli esseri umani che mi sono accanto – uomini e donne – sono ugualmente liberi.” – Mikhail Aleksandrovich Bakunin


Risposta di un anarchico siriano al documento di First of May sulla Siria


Cio che segue è la risposta da parte di un anarchico siriano al documento "Toward an Anarchist Policy on Syria" (Verso una politica anarchica sulla Siria), pubblicato su Anarkismo.net dal First of May Anarchist Alliance (organizzazione anarchica statunitense). - URI-FdCA

Sono rimasto felicissimo nel vedere, finalmente, come un gruppo anarchico nel Nord del mondo faccia un tentativo serio di capire quello che succede in Siria ed esprima chiaramente la sua posizione sulla rivoluzione siriana. Mi piace molto e sono d'accordo per la maggior parte con quanto espresso nella parte finale intitolata "La nostra posizione", ma ho parecchi problemi con le parti precedenti di introduzione e di sfondo. Ecco quindi alcuni miei commenti nello spirito del vostro invito che auspica "opinioni di altri, in particolare di coloro che hanno più esperienza nell'area e specialmente da anarchici che vivono nella regione", nella speranza che possano contribuire ad un dibattito più informato tra gli anarchici e ad una comprensione, una presa posizione e un'azione migliori per quanto riguarda la Siria.

e linguaggio

Prima di iniziare, devo dire che trovo alquanto strano il termine "anarchist policy" [il termine "policy" in inglese normalmente sta ad indicare una linea d'azione adottata da un partito, governo o azienda - ndt]. Da quando gli anarchici hanno le "policies" o usano questa parola così carica e così legata allo Stato? Non sarebbe meglio usare "posizione" oppure "opinione"?

Lo stesso vale per l'uso di "risoluzione" in "Siria, ora nel suo terzo anno di guerra civile senza alcuna indicazione di una possibile risoluzione". Tornerò più tardi sulla opportunità di descrivere il processo siriano come "guerra civile". Per ora, volevo solo notare che l'uso di parole come "policy" e "risoluzione" potrebbe far storcere il naso a molti anarchici - così com'è successo a me - anche se questi termini volevano essere una descrizione "neutrale" degli eventi. Questo perché tali parole potrebberero (giustamente) indicare l'accettazione o l'interiorizzazione di una prospettiva statalista, di realpolitik, che non combacia con l'anarchismo.

Per illustrare quello che intendo, ecco un esempio dalla [vostra] dichiarazione: "E' impossibile capire quello che succede oggi in Siria senza un minimo di conoscenza del contesto internazionale e storico". Avrei voluto leggere qualcosa tipo "dinamiche locali socio-politiche" elencata tra i fattori, cioè qualcosa che è legata all'azione del popolo, da una prospettiva di base, non solo le grandi considerazioni geostrategiche legate alle potenze straniere. Avrò ancora da dire su questo difficile problema fra poco.

Lo sfondo storico (o sfondi storici)

Non intendo essere arrogante o sprezzante, ma devo dire che lo sfondo storico da voi dato è piuttosto povero e male informato; accenna solamente a eventi complessi; li riduce in una versione semplicistica, convenzionale; omette altri eventi o fattori importanti; addirittura ci sono notizie false. E' vero che ammettete di non essere "esperti in storia o nelle attuali dinamiche della Siria o del Medio Oriente in generale". Ma dedicare tante righe in un tentativo di fornire una certa versione della storia inevitabilmente orienta la mente del lettore e la sua comprensione di ciò che segue.

Per esempio, lo scià iraniano non fu semplicemente "rovesciato nel 1979 e sostituito da un governo teocratico sciita". Da ben due anni prima, c'era un'insurrezione popolare di massa che fu alla fine dirottata da Khomeini. Ugualmente, Hafez al-Assad non diventò presidente della Siria attraverso un normale "golpe militare" nel 1971. Si trattava di un "golpe interno" da parte della frazione di destra sostenuta dai britannici in seno al partito Ba'th contro la frazione più di sinistra sostenuta dai francesi. E suo figlio, Bashar, non si presentò "alle elezioni, vincendole, per essere rieletto nel 2007". Fu riportato in Siria dall'estero quando suo padre si ammalò e suo fratello morì, e fu nominato presidente dalla cricca dirigente dopo aver velocemente cambiato la Costituzione per abbassare l'età minima del presidente da 40 anni a 34, cioè l'età di Bashar all'epoca.

Sulla storia del regime siriano, Hafez al-Assad non "soppresse spietatamente" solo la Fratellanza Musulmana nel 1980. Ci furono molte altre sanguinose campagne di repressione contro persone di sinistra, con arresti di massa, torture e l'uccisione di membri della Lega Comunista del Lavoro [dovrebbe trattarsi del Partito Comunista del Lavoro, ex-Lega per Azione Comunista, scissione marxista-leninista del 1976 del Partito Comunista Siriano - ndt] ed altri gruppi radicali della sinistra i cui militanti, a proposito, includevano molti alauiti, cristiani, curdi, ecc.

Infine, la "Guerra del Kippur" del 1973 tra Siria, Egitto ed altri paesi arabi da una parte e l'Israele dall'altra, è conosciuta tra i siriani ed altri arabi come la Guerra d'ottobre e non la "Guerra del Ramadan". Si tratta di una critica minore, ma dice molto sul livello di conoscenza e sulla prospettiva del testo.

Imperialismo, nazionalismo e orientalismo

Voi sostenete che l'imperialismo statunitense è "in ritirata" in seguito alla crisi economica del 2008. Molti non sarebbero d'accordo nel tracciare una linea causale di rapporto, ma il problema principale di questa vostra affermazione è che voi proseguite spiegando quasi tutto - incluso le insurrezioni e le rivoluzioni del Nord Africa e del Medio Oriente - attraverso questa lente dell'imperialismo globale: "Questo indebolimento del dominio imperialista complessivo, preso con gli effetti della globalizzazione sui paesi dell'area, ha ispirato le forze politiche e sociali tra le classi medie, spingendole a cercare il potere politico per se stesse".

Per quanto riesca a vedere io, le insurrezioni e le rivoluzioni del Nord Africa e del Medio Oriente sono state scatenate - grossolanamente parlando - da diverse combinazioni di repressione politica, privazione economica e disintegrazione sociale, che hanno avuto come conseguenze la diffusione tra le persone di sentimenti di emarginazione, impotenza, umiliazione e abiezione. Anche se questo fosse legato ai processi più ampi della politica e dell'economia globale - come ogni altra cosa - si tratta sempre di specifiche dinamiche locali che non possono essere viste semplicemente come conseguenza diretta dell'imperialismo e della globalizzazione.

Ad essere corretti, è vero che parlate del "complesso processo sociale", ma avrei preferito vedere più attenzione sulla complessità delle realtà socio-economiche e politiche in ciascuno di questi paesi, e sugli altrettanto complessi agenti ed attori che hanno partecipato alle recenti insurrezioni e rivoluzioni e non solo sulle due voci più amplificate e orientate ad ovest sui quali i commentatori occidentali generalmente si fissano:

"Questi gruppi, tra cui ci sono organizzazioni islamiche militanti e liberali pro-Occidente, sono riusciti ad assumere la leadership di strati sociali molti più ampi che sono assillati da disoccupazione dilagante (particolarmente tra i giovani), abitazioni e infrastrutture urbane malridotti, e da tutti gli altri aspetti di una crescita economica irregolare. Tra gli esiti di questo complesso processo sociale ci sono le recenti rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia, e la rivoluzione che ora prende la forma di una guerra civile in Siria."
Tornerò più tardi sul modo in cui tutte le insurrezioni e le rivoluzioni nel Nord Africa e nel Medio Oriente vengono raggruppate in una sola categoria e spiegate usando la stessa narrazione o lo stesso ragionamento. Per ora, voglio solo sottolineare che questa ossessione per l'imperialismo statunitense ed occidentale è veramente ridondante e di scarsa utilità, specialmente quando rasenta le teorie di destra e occidentalocentriche dello "scontro di civiltà":
"Visto da questa prospettiva a lungo termine, vediamo un conflitto trans-epocale tra due regioni/culture/civiltà in cui, al momento, quella europea/euro-americana - dopo secoli di espansione aggressiva - è ormai sulla difensiva. Questa 'guerra di civiltà' rimane, per quanto vagamente, nella memoria storica dei popoli del Medio Oriente tuttora e alimenta gran parte del nazionalismo e del fanatismo religioso che è oggi così prevalente nella regione."
Di quali civiltà e di quali culture parlate? Di quale memoria storica? Voi vi riconoscereste nella dominante cultura occidentale (qualunque cosa essa fosse)? Se no, perché allora tutti i popoli del Medio Oriente dovrebbero riconoscersi in una cultura o civiltà statica che a quanto pare non è cambiata da secoli? E secondo chi, questa identità sarebbe rimasta sempre anti-Occidentale? E cosa ne dite dei liberali pro-Occidente e della gioventù e dei ceti medi globalizzati di cui avete appena parlato? E le persone di sinistra, i comunisti, gli anarchici, e così via?

Avrete capito ormai dove voglio arrivare. Anche se sono sicuro che non era nelle vostre intenzioni, tali punti di vista semplicistici e culturalisti sono tipici orientalismi basati su un tipico doppio eccezionalismo: l'eccezionalismo, l'unicità e l'uniformità della civiltà occidentale o europea, e dunque i valori, che viene poi spesso messa in contrasto con il resto del mondo, che deve o adattarsi a questo paradigma liberaldemocratico (più spesso come ispirati seguaci) o rischiare di essere vista come gente anormale, arretrata che odia tali valori e rappresenta "l'opposto" (antidemocratici, integralisti, ecc.).

Questa visione orientalista del mondo è anche all'origine dell'attribuzione all'Occidente di troppo agire ed è stata dominante in gran parte dei commenti che circolano a Occidente sulle rivoluzioni nordafricane e mediorientali, anche se in modi diversi, dal vedere tutto come una cospirazione imperialista occidentale ad una sovravalutazione del ruolo dei social media (occidentali), della gioventù e dei liberali (occidentalizzati) o degli islamisti integralisti (antioccidentali).

Si può dire lo stesso di come voi presentate il processo della costruzione degli Stati nazionali: "E' importante ricordare che un risultato importante di questo conflitto secolare, ed in particolare i suoi sviluppi più recenti, è che molti degli attuali Stati nazionali del medio Oriente sono stati costruiti artificialmente".

Ma non furono anche gli Stati nazionali europei "costruiti artificialmente", imposti sulle persone che abitavano quelle terre? Lo vedo molto chiaramente:

"Il risultato fu che, a differenza dell'Europa, dove gli Stati nazionali (e relative nazionalità) impiegarono secoli per formarsi e consolidarsi, nel Medio Oriente (e nella Penisola Balcanica che fu sotto il dominio turco/islamico per secoli), il processo della costruzioni delle nazioni dovette svolgersi molto rapidamente, in modo molto confusionario."
Può essere vero che gli Stati nazionali europei abbiano avuto più tempo in cui consolidarsi, ma anche all'epoca i processi non erano meno "rapidi e confusionari". Basta leggere la storia dell'Europa e degli USA nei secoli XVII e XVIII, oppure chiedere alla gente delle varie regioni della Francia o dell'Italia, o agli irlandesi e scozzezi in Gran Bretagna. Potrei proseguire, ma il punto dove voglio arrivare è semplice: gli Stati nazionali sono stati spesso progetti violenti, confusionari, verticali, imposti sulle persone, indipendentemente da dove si trovavano, che fosse l'Europa o il Medio Oriente, o che i loro confini fossero stati tracciati da potenze coloniali esterne o interne. Comunque, gli attuali Stati del Medio Oriente (Israele a parte) hanno avuto anche loro lunghe storie di costruzione (culturale, regionale, islamica, araba, di disintegrazione di imperi, ecc.) che iniziano ben prima del momento in cui gli attuali confini furono tracciati dall'Accordo Sykes-Picot del 1916. Così non sono del tutto arbitrari, almeno non dal punto di vista nazionalista.

Questo è importante perché, basandosi su tali presupposti culturalisti semplicistici, si raggiunge una conclusione ugualmente semplicistica: "molti degli Stati comprendono quello che dovrebbe essere concepito come 'identità nazionali dovute da imposizione imperialista'."

Sull'ossessione occidentale per il settarismo mediorientale

Un'altra visione orientalista che è così prevalente in gran parte dei media e che riguarda ciò che avviene in Medio Oriente al momento, è quella di spiegare tutto tramite un conflitto semplicistico e spesso immaginato tra sette religiose. Anche voi sembrate fare lo stesso, pur con intenzioni del tutto diverse:
"In questi paesi (ossia Iraq, Siria, Libano, Giordania e Israele/Palestina), le persone si definiscono tanto (se non più) per considerazioni settarie (cioè se la persona fa parte della comunità sunnita, sciita, alauita, drusa, cristiana o ebraica) quanto per dedizione nazionalistica verso le nazioni di cui fanno parte."
Non abbiamo spazio qui per discutere in dettaglio le origini e lo sviluppo del settarismo nel Medio Oriente (a partire dalle potenze coloniali francesi, britanniche ed ottomane che usavano le posizioni delle minoranze etniche e religiose, e quelle minoranze che accettavano, o usavano, quelle stesse posizioni nell'appello per ricevere protezione). Tuttavia, bisogna qui fare attenzione a due cose:

La prima: come in qualsiasi altro posto del mondo, la maggior parte della gente in Medio Oriente possiede molteplici identità - o, piuttosto, indicatori di identità - che vengono chiamati in causa in momenti diversi ed in contesti diversi. Per esempio, le identità ed i discorsi nazionalisti erano dominanti negli anni '30 e '40, durante e sulla scia dell'indipendenza dalla Gran Bretagna e dalla Francia; furono poi sostituite o estese per includere le identità ed i discorsi panarabi negli anni '50 e '60; tutti questi discorsi ed identità furono sfidati da discorsi ed identità marxisti ed islamisti negli anni '70 e '80, e così via. E tutti questi discorsi ed indicatori di identità avevano - e tuttora hanno - le loro radici in basi sociali ed ideologiche, mentre oggi vengono chiamati in causa dai vari gruppi sociali e politici per essere messi al servizio dei loro propri giochi politici e delle loro lotte politiche.

La seconda: questa ossessione occidentale per il settarismo mediorientale, porta inevitabilmente ad una comprensione semplicistica e riduzionista di regimi e società complessi come quelli della Siria:

"Nonostante questo programma [panarabista e verosimilmente laico e socialista], il regime di Assad si basa internamente sui membri della setta islamica alauita (una scissione da quella sciita), di cui fanno parte gli Assad. La maggior parte dei membri del cerchio interno governativo, nonché gli occupanti dei posti dirigenti sia nel Partito Ba'th che nell'economia, fa parte ugualmente di questa setta, che così è diventata uno strato privilegiato che governa una maggioranza (76%) della popolazione sunnita."
Di nuovo, non abbiamo spazio qui per esaminare le differenze tra gli alauiti e gli sciiti (non sono la stessa cosa ed in quanto religioni non hanno una buona opinione l'una dell'altra) o la composizione settaria del regime di Assad (non sono tutti alauiti: ci sono anche molti sunniti nel cerchio interno, e ci sono molti alauiti non-Ba'thisti tra le comunità più povere e più duramente represse). E' importante comunque ricordare il seguente fatto, spesso ignorato.

Dal 1970, Hafez al-Assad ed il suo regime hanno usato con destrezza le sette religiose ed etniche nonché il settarismo - in Siria come in Libano - per consolidare il loro potere, alimentando tensioni settarie ma controllandole sufficientemente per giustificare il "bisogno" del governo: altrimenti, come ci dicevano, "le cose potrebbe sfuggire di mano e il paese sarebbe calato in una guerra civile". L'espressione "politica della tensione settaria" probabilmente descrive questa politica meglio del solito luogo comune "divide et impera". Per darvi un'idea, Hafez al-Assad - e dopo lui suo figlio Bashar - pregava sempre in una moschea sunnita, tranquillizzava i capi religiosi e di comunità alauiti, e si presentava a tutti come capo di un regime "laico".

Ecco un altro esempio nel vostro documento dell'ossessione occidentale per il settarismo mediorientale al quale si riduce ogni altra cosa:

"infatti, per Assad gli interessi nazionali siriani, e fino ad un certo punto sciiti, erano sempre più importanti del panarabismo. Così, quando percepì una minaccia a questi interessi da parte del regime iracheno del compagno ba'thista Saddam Hussein, Assad sostenne l'Iran (sciita e non-arabo) nella Guerra Iran-Iraq (1980-89) e nel 1990 nella guerra statunitense contro l'Iraq."
Vedete, parlo proprio di questo. Il conflitto tra i regimi siriani ed iracheni ed il sostegno di al-Assad per l'Iran erano, e sono tuttora, dettati da considerazioni puramente politiche (cioè, giochi di potere e di influenza) e non hanno niente a che fare con sette e religioni. Perché è così difficile vedere questo quando si tratta del Medio Oriente? Non credete sarebbe veramente assurdo se qualcuno riducesse il moderno conflitto di interessi tra la Francia ed il Regno Unito ad un conflitto tra il cattolicesimo ed il protestantesimo?

La rivoluzione siriana

Voi sostenete che la rivoluzione siriana "scoppiò nel marzo del 2011 come movimento per lo più spontaneo tra i ceti medi e bassi della Siria, specialmente tra i giovani e principalmente, benché non esclusivamente, nelle città."

Non so dove avete trovato questa notizia - immagino da una (mis)rappresentazione dei media occidentali e in racconti filo-occidentali sui social media, ecc. - ma quello che è veramente successo in Siria, per quanto ne sappia io, è stato l'esatto contrario. Cosa che, ad esempio, distingue infatti la rivoluzione siriana dalla (prima) rivoluzione egiziana.

Le proteste di massa in Siria sono cominciate, e per molti mesi sono rimaste, principalmente in regioni emarginate e trascurate ed aree rurali come Dar'a, Idlib, Deir al-Zor, al-Raqqa, i quartieri poveri ed i bassifondi di Damasco, ecc. A parte qualche piccola manifestazione di solidarietà, i grandi centri urbani (Damasco ed Aleppo) non si sono mossi su larga scala per un bel po' di tempo. Questo in parte a causa della riluttanza dei ceti medi urbani a prendere le parti della rivoluzione (credevano ancora che il regime potesse superare la crisi e così i loro interessi erano meglio salvaguardati rimanendo dalla parte del regime o stando in silenzio). In contrasto, l'emarginazione, la negligenza, la privazione e l'umiliazione nelle regionai rurali avevano raggiunto un'entità tale da far capire alla gente che vi abita che non aveva nient'altro da perdere. Questo, unitamente alle forti identità regionali che facilitavano la rottura della gente con il discorso del regime, significa che la rivoluzione siriana era - almeno agli inizi - quasi una classica rivolta dei poveri emarginati rurali.

Per capire ciò, bisogna capire come il cosiddetto programma di "modernizzazione" di Bashar al-Assad sia stato applicato dal 2000. Senza entrare in troppi dettagli, la sua liberalizzazione economica del paese, lodata nell'Occidente in quanto "riforma" gradita, è stata attuata attraverso una rete mafiosa di alti ufficiali militari e della sicurezza interna in collaborazione con gli industriali, che è stata concentrata nei tradizionali centri urbani borghesi, a loro beneficio. Inoltre, la liberalizzazione economica non è stata accompagnata da una "liberalizzazione politica" che avrebbe potuto rendere più digeribili queste riforme, a parte un breve periodo di libertà politiche nel 2000-01, conosciuto con il nome di "Primavera di Damasco", e ben presto represso quando il regime ha cominciato a temere che troppa libertà potesse destabilizzare il suo potere. Così il quadro è ben più complesso della vostra rappresentazione:

"All'interno, Bashar cercava di continuare la modernizzazione del paese, ad esempio allentando il controllo governativo e consentendo ai privati di entrare nei settori bancari ed altri. Più recentemente ha cercato di raggiungere un riavvicinamento con l'imperialismo USA, ritirandosi, tra le altre cose, dal Libano. Due conseguenze di queste politiche sono state l'enorme aumento della corruzione ed il crescere del desiderio di libertà politica all'interno della popolazione siriana."
Lo stesso vale per quello che voi dite delle rivendicazioni originarie della rivoluzione siriana: "Le sue principali rivendicazioni erano incentrate sui bisogni immediati del popolo, in primis il lavoro, e la necessità di prepararsi per una transizione ad un sistema politico più democratico dopo tre decenni di brutale dittatura sotto gli Assad."

Per quanto ne sappia io, le rivendicazioni - o, piuttosto, gli slogans - riguardavano la dignità, la libertà e il pane, contro la repressione, e ben presto si sono trasformate in una rivendicazione della caduta del regime in seguito alla cruda repressione ed i massacri dei manifestanti. Per capire questo, bisogna capire la natura di regimi totalitari come quello siriano, che tanti commentatori occidentali sembrano non capire bene. Quando i siriani dicono "abbasso il regime", intendono (o sottindendono) le ingiustizie politiche, economiche e sociali tutte insieme, perché "il regime" simboleggia tutte queste forme apparentemente diverse di ingiustizia.

Forse è a causa di questa incapacità di capire la natura del regime siriano che tanti commentatori occidentali attribuiscono alla rivoluzione siriana delle "rivendicazioni" che rispecchiano i loro propri valori e desideri piuttosto che quello che i siriani stessi vogliono e per cui combattono: dai sinistroidi che dicono che si tratta di posti di lavoro e diritti dei lavoratori, ai liberali che dicono invece che si tratta di democrazia. Lo stesso si può dire del dibattito (principalmente occidentale) sulla violenza contro la non violenza:

"Se la lotta in Siria è nata su basi non violente, gradualmente mobilitando importanti settori del popolo siriano, la risposta aggressiva ed estremamente brutale del governo ha costretto l'opposizione ad armarsi. Una conseguenza di questo è stata la militarizzazione della lotta. Questa ha costretto le masse disarmate ai margini (e dentro i campi profughi in Turchia, Giordania e Libano), trasformando quello che era stata una rivoluzione popolare in una guerra civile tra il governo siriano, supportato dalla minoranza alauita, da una parte, e le milizie dell'opposizione, supportate dalla maggioranza sunnita, dall'altra."
Sarà vero che la risposta brutale del governo alle prime proteste ha spinto il popolo a prendere le armi per difendersi, ma ciò non significa che la rivoluzione siriana era pacifica o non violenta. Quando si dice "pacifico" in arabo, spesso si intende "disarmato" o "non militarizzato". La parola non ha le stesse connotazioni della parola in inglese e in altre lingue europee (pacifismo, ecc.). Inoltre la militarizzazione di una rivoluzione popolare non significa che sia diventata una "guerra civile". Siamo veramente stanchi di sentir definire la rivoluzione siriana una "guerra civile". E ancora, la guerra è tra un regime repressivo e un popolo represso, alcuni di cui sono ora armati e combattono. Non è tra la "minoranza alauita e la maggioranza sunnita". Ci sono molti alauiti siriani che sostengono la rivoluzione e molti sunniti siriani che ancora sostengono il regime. Per favore, smettete di ridurre tutto ad alcune semplistiche etichette settarie. Eccone un altro esempio dal vostro documento:
"Ancora più di recente, Hezbollah - preoccupato per una eventuale sconfitta del suo padrone siriano e una vittoria per la maggioranza sunnita - ha inviato le sue forze militari ben addestrate."
Prima del suo intervento negli affari siriani (a sostegno del regime e delle sue forze che perdevano terreno), e quando era ancora benvoluto tra molti siriani e arabi in quanto movimento di resistenza, Hezbollah non si era mai preoccupato della "maggioranza sunnita". Tutt'altro. Né il sostegno per Hezbollah del regime siriano è stato mai legato al fatto che si tratti di un movimento religioso sciita. Fosse così, come si spiegherebbe il loro sostegno per Hamas? (O almeno finché i dirigenti di Hamas non hanno deciso di abbandonare il regime precedente e lasciare la Siria.) Ma ormai ho detto abbastanza sulla questione (l'ossessione occidentale per il settarismo mediorientale), quindi non mi ripeterò più.

Sull'intervento estero

Non sono d'accordo neanche con la vostra analisi del motivo per cui gli USA hanno dimostrato riluttanza nel sostenere i ribelli siriani. Molto è stato scritto sulla questione e non ho voglia né l'energia di trattarlo di nuovo, specialmente quando ormai è chiaro, in seguito all'accordo sulle armi chimiche con la Russia, che gli USA non sono disposti ad intervenire in modo serio per detronizzare il regime siriano e porre fine al conflitto. Tuttavia, vorrei dire un paio di cose.

Non sono affatto d'accordo che gli USA "quasi sempre preferiscono vedere dei cambiamenti politici lentissimi, molto moderati e molto pacifici". La storia delle avventure e degli interventi statunitensi in varie parti del mondo attesta l'esatto contrario: dal Nicaragua al Panama, dal Guatemala alla Jugoslavia, dall'Afghanistan all'Iraq passando per Cambogia e Cile, Corea e Vietnam. Né è vero che gli USA sono così preoccupati della possibilità che le armi possano cadere in mano agli integralisti islamisti:

"Probabilmente la cosa più importante, a ragion veduta: gli USA, temendo una intensificazione della violenza (e preoccupati della possibilità che le armi potessero cadere in mano alle milizie integraliste), erano indecisi se fornire armi ai ribelli o meno, o figuriamoci adottare misure più forti come la creazione di una zona d'interdizione al volo per proteggere le forze ribelli dai bombardamenti aerei di Assad."
Leggete la storia di al-Qaeda, della Fratellanza Musulmana e di altri gruppi militanti islamisti e di come sono nati e di chi li ha inizialmente sostenuti e armati: troverete gli USA di mezzo ogni singola volta.

Come molti siriani, condivido i vostri sospetti e preoccupazioni sulle intenzioni e sulle conseguenze di un intervento da parte di (stati) stranieri in una rivoluzione popolare. Ma per favore ricordate che i siriani hanno già vissuto il colonialismo occidentale e sanno cosa significhi, e che sono cresciuti con forti discorsi antimperialisti (di sinistra, nazionalisti panarabi e islamisti), forse più di ogni altro paese della regione. E per favore ricordate che le persone in Siria non sono solo "rivoluzionari": molte sono anche esauste, impaurite, disperate e vogliono solo vivere. E questo non significa necessariamente che sono pro-USA.

Avendo detto ciò, per favore siamo realisti quando di parla di lotte armate. Se ci fossero altre fonti di armi meno losche e altri materiali di sostegno disponibili, vi posso assicurare che molti tra i siriani che combattono oggi non avrebbero la necessità di cercare l'aiuto degli USA e dei paesi del Golfo e di forgiare alleanze con gli "integralisti islamisti" che combattono sul terreno.

A proposito degli integralisti islamisti, nessuno nega che i gruppi legati a o ispirati da al-Qaeda e che si battono in Siria, quali Jabhat al-Nusra e lo Stato Islamico d'Iraq e del Levante (SIIL), i cui militanti includono molti non siriani, vanno rafforzandosi ogni giorno e saranno presto fuori controllo. Ma dire che la rivoluzione siriana è stata (totalmente) dirottata da loro è un'enorme esagerazione. Le stime più precise che io ho visto dicono che gli islamisti radicali costituiscono non più del 15-20% del cosiddetto Esercito Libero Siriano. Ultimamente questi due gruppi non hanno fatto altro che aspettare che altre frazioni dell'Esercito Libero facessero il lavoro di sfondamento, per poi entrare nelle "zone liberate" e cercare di imporre il loro controllo. La popolarità iniziale di entrambi questi gruppi - conseguente in gran parte al loro lavoro caritatevole - è in declino tra molti siriani ora che si sente sempre di più il peso delle loro pratiche repressive e settarie, per non parlare delle notizie che vogliono che entrambi siano stati infiltrati dal regime e piano piano si voltano contro l'Esercito Libero. Infatti, ci sono state manifestazioni di massa contro Jabhat al-Nusra ed il SIIL nelle aree sotto il loro controllo, come ad al-Raqqa, in zone di Aleppo, e così via.

La vostra posizione

Come ho detto all'inizio, mi piace e mi trovo sostanzianzialmente d'accordo con le vostre posizioni espresse verso la fine del documento. Consiglierei a tutti i miei amici anarchici e attivisti di leggerlo interamente prima di leggere questi commenti (e sarò felice di tradurlo in arabo se nessun'altro lo ha già fatto). Ma ecco, tuttavia alcuni commenti brevi allo scopo di stimolare ulteriore dibattito, nella speranza sia utile.

Mi fa piacere che voi crediate che ciò che succede in Siria sia "comunque prevalentemente una rivoluzione popolare in cui gran parte del popolo siriano combatte contro una dittatura arbitraria" e che, "nonostante il fatto che gli Stati Uniti ed i suoi alleati nell'Europa occidentale e altrove abbiano dato sostegno diplomatico, aiuti umanitari e ora armi ai ribelli... non consider[ate] i ribelli dei semplici procuratori degli imperialisti, sotto il loro controllo e a loro carico economicamente". Questo è molto meglio, molto più sensato, di gran parte di quello che abbiamo sentito dire dalla "sinistra" in Europa e negli USA.

Non sono del tutto d'accordo, comunque, che "la direzione della lotta in Siria è composta di un miscuglio di liberali filo-occidentali, organizzazioni islamiche moderate e milizie islamiche integraliste". Ciò perché bisogna assolutamente fare la distinzione tra direzione estera dell'opposizione - principalmente la Coalizione Nazionale - da una parte e dall'altra, i Comitati di Coordinamento Locali e le varie frazioni dell'Esercito Siriano Libero che combattono sul terreno.

Non sono d'accordo neanche che "sempre di più, quello che manca è l'auto-organizzazione indipendente della resistenza popolare" e che "in tutta la regione, dalla Siria all'Egitto, le correnti radicali e democratiche dal basso non hanno saputo mantenersi a causa dell'incapacità di articolare e guadagnare sostegno su larga scala a livello organizzativo e politico". Ci sono stati molti esempi stimolanti di auto-organizzazione e solidarietà non gerarchica in Siria, Egito ed altri paesi della regione negli ultimi anni. Forse non supereranno un rigido esame anarchico (occidentale) e magari sono basati su reti e strutture sociali tradizionali, ma sono nondimeno ispiratori e di buon auspicio e vale la pena studiarli ed impararne qualcosa.

Infine, e come ho già detto, dobbiamo essere realisti e seri quando si parla di lotte armate. Non si può "difendere il diritto dei ribelli di ottenere armi con qualsiasi mezzo" per poi condannarli per la loro "dipendenza dagli USA, da altre potenze occidentali, o dai ricchi Stati del Golfo" senza individuare un'alternativa realistica (pare che non ce ne siano al momento). Chiedere ai ribelli di "rivendicare armi senza nessun obbligo di scambio" non porterà da nessuna parte, perché non esistono tali armi (ossia, senza obblighi di scambio) nel mondo reale. Sappiamo tutti che "l'obiettivo degli USA/Occidente, ovviamente, è di controllare e limitare la rivoluzione". Ma non potrebbero gli anarchici adottare lo stesso approccio "tattico" che voi sostenete su combattere insieme alle "forze ribelli borghesi ed integraliste" in merito agli USA ed ai suoi alleati? Immagino che prima di affrontare tale questione dovremo verificare chi è disposto a prendere le armi ed a combattere per quale fine.


Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.

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