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Nessuna libertà ai confini dell'impero...

category russia / ucraina / bielorussia | economia | opinione / analisi author Monday March 24, 2014 04:52author by Ufficio Studi FdCA - Federazione dei Comunisti Anarchiciauthor email fdca at fdca dot it Report this post to the editors

Quell'indipendenza proclamata dall'Ucraina nel 1991, all'indomani della disintegrazione dell'URSS, valeva ben poco. Non lo sapevano forse i nazionalisti ucraini, ma era ben chiaro alle "nuove" elite dominanti a Mosca. Bisogna aspettare il 1994 perché la Russia si impegni a garantire l'integrità territoriale ucraina, prendendosi però in carico il suo arsenale atomico.


Nessuna libertà ai confini dell'impero...


Quell'indipendenza proclamata dall'Ucraina nel 1991, all'indomani della disintegrazione dell'URSS, valeva ben poco.

Non lo sapevano forse i nazionalisti ucraini, ma era ben chiaro alle "nuove" elite dominanti a Mosca.

Bisogna aspettare il 1994 perché la Russia si impegni a garantire l'integrità territoriale ucraina, prendendosi però in carico il suo arsenale atomico.

Già nel 1997 la Russia ottiene 20 anni di prestito delle basi navali in Crimea per la sua flotta militare nel Mar Nero. Accordo rinnovato per altri 25 anni nel 2010. Invano ci provarono, nell'intervallo della "rivoluzione rosa" del 2004, Victor Yuschenko e Yulia Timoshenko a mettere in discussione il leasing navale.

Il controllo militare del Mar Nero è sempre stato un obiettivo strategico per la Russia. E' da Sebastopoli in Crimea, dalle sue 6 baie di acque profonde adatte alle corazzate da guerra che parte la flotta russa per le esercitazioni nel Mar Mediterraneo, vera e propria dimostrazione muscolare.

Dunque, la Russia non rinuncerà mai alla Crimea ed alle sue basi navali. La questione è fuori discussione. Qualsiasi governo si insedi a Kiev lo sa.

Ci sarebbe il porto russo prevalentemente commerciale di Novorossiisk, sulla costa orientale del Mar Nero, ma non offre le medesime possibilità, salvo potersi armare di missili nucleari, cosa vietata in Crimea.

Novorossiisk è però la sede della seconda questione fuori discussione: quella energetica.

In questa zona, infatti, sorgono le teste di ponte dei 2 principali gasdotti che portano il gas proveniente dal Mar Caspio in Europa, passando per il Mar Nero.

L'operativo Blue Stream (a gestione ENI + Gazprom) entra in Turchia e sfocia nel Mediterraneo.

Il progetto South Stream (a gestione Gazprom + ENI + EDF + Wintershall) inaugurato nel 2012 taglia fuori l'Ucraina attraversando da est ad ovest tutto il Mar Nero fino a entrare in Europa dalla Bulgaria. Questo progetto potrebbe ora avere un'accelerazione, dal momento che la rete di gasdotti ucraini non è più nella disponibilità della Russia, quando Gazprom pensava di far arrivare più rapidamente in gas russo in Europa.

Ora, sebbene l'Ucraina abbia ridotto la sua dipendenza dal gas russo, rimane pur sempre la Russia il suo primo fornitore, verso cui ha un debito di $1,55 mld, nonostante a dicembre 2013 abbia ottenuto da Mosca lo sconto di 1/3 del prezzo per mille m3 di gas, pagando $268,50 invece dei $400 consueti sul mercato europeo.

La Russia sa bene che senza il suo gas, l'Ucraina morirebbe di freddo e si spegnerebbe quasi tutto.

Terza questione fuori discussione: quella finanziaria. Sempre a dicembre 2013, la Russia ha acquistato titoli di stato ucraini (Eurobond) per $15 mld. Una sorta di salvataggio vero e proprio.

Fu tutto questo la contropartita russa perché il governo di Kiev interrompesse i negoziati per un trattato con la UE?

Yanukovich cercava, forse, di alzare il prezzo con una UE che non faceva offerte concrete per le esportazioni ucraine e che solo ora sta cercando di far intervenire il FMI, cosa del resto preoccupante, per le sorti di un'Ucraina che è alla ricerca di $35 mld per evitare il fallimento, la cui moneta ha perso il 21% rispetto al dollaro in 3 mesi, la cui popolazione è a caccia di euro e di dollari per cercare di mettere al sicuro i propri risparmi?

La crisi ai confini dell'impero russo fa ritirare le banche europee dal mercato finanziario ucraino, il rublo russo perde il 9,8%, la speculazione finanziaria sembra abbandonare i mercati emergenti per tornare sui titoli di stato europei...

I lavoratori ucraini, massacrati dalla repressione delle forze di stato a piazza Maidan, hanno deposto il dittatore di turno, ma ora vengono risucchiati dall'ultra-nazionalismo che conquista incarichi importanti nella sicurezza nazionale, vengono trascinati in una spaventosa crisi economica che li mette alla mercé tanto della Russia che della UE.

Al capitalismo, come è ovvio, non interessano le bandiere ed i confini, le nazioni e gli inni patriottici, ma solo sfruttare risorse e mercati, tenere sotto ricatto forza-lavoro a basso costo e debito pubblico ad alto tasso.

A noi sostenere quelle forze sociali, sindacali e politiche che lavorano per la ricostituzione dal basso di un'opposizione anticapitalista, antinazionalista, antimperialista.

Ufficio Studi

Federazione dei Comunisti Anarchici

3 marzo 2014

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