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Notre Dame des Landes: una Larzac bretone

category francia / belgio / lussemburgo | ambiente | altra stampa libertaria author Saturday November 08, 2014 15:58author by Gianni Sartori Report this post to the editors

Notre dame des Landes: una lotta esemplare contro il devastante progetto di un nuovo aeroporto per la città di Nantes

Le lotte in difesa della Terra nell’Esagono non sono di oggi e nemmeno di ieri…Sicuramente la ormai ventennale resistenza ai progetti di un nuovo aeroporto per la città di Nantes è stata un esempio per altre battaglie, compresa quella in cui è stato ucciso il compagno Remì (novembre 2014). Una lotta paragonabile a quella della Val Susa contro il TAV o, per chi ha memoria, a quella dei baschi contro la centrale nucleare di Lemoiz…
Questo articolo risale all’anno scorso, ma rende l’idea della portata di questa lotta a Notre Dame des Landes. Non è un caso che le manifestazioni di protesta per la morte di Remì siano state particolarmente dure a Nantes. E forse potrebbero fornire qualche indicazione a certi ambientalisti nostrani ("di plastica" per definizione, più o meno collusi con chi comanda) in merito a cosa significhi realmente difendere la Terra.
GS

NOTRE DAME DES LANDES: UNA LARZAC BRETONE

(Gianni Sartori – settembre 2013)

A Notre-Dame-des-Landes- dopo una breve parentesi dialogante in coincidenza con le ultime presidenziali – il confronto tra lo Stato francese e i manifestanti contrari al nuovo aeroporto si è fatto molto duro: barricate, cariche della polizia, lacrimogeni, arresti, demolizione di accampamenti e fattorie occupate.
Nantes, capitale storica della Bretagna, città dell’Editto sulla libertà di culto (1598) e di Jules Verne, va legittimamente orgogliosa della sua cattedrale, del Castello dei Duchi di Bretagna e della Maison Radieuse di Le Corbusier. In passato coinvolta nella tratta degli schiavi (e forse anche per questo sede attualmente di molteplici iniziative contro il razzismo e la discriminazione), ma anche città martire durante l’occupazione tedesca. Basti pensare ai numerosi resistenti torturati e fucilati dai nazisti. Cinquanta partigiani nantesi vennero fucilati il 22 ottobre del 1941 (rifiutando di essere bendati), alcuni al “champ de tir du Béle” di Nantes, altri nella cava della Sablière e al Mont-Valerian (Parigi), come rappresaglia per l’uccisione del Feldkommandant tedesco Karl Hotz. A perpetuare la memoria dei “50 Otages”, l’omonimo monumento sul fiume Erdre, affluente della Loire.
Ed è qui che all’alba del 25 giugno 2006 avevo appuntamento (non casualmente, dato il valore simbolico del luogo, monumento ad ogni Resistenza passata, presente e futura contro ogni forma di oppressione) con alcuni benévoles (volontari) a cui toccava il compito di montare il palco e i gazebo per una grande manifestazione. Guy, Paul e Jèrome, militanti ambientalisti e pacifisti da vecchia data, almeno dagli anni settanta, hanno vissuto per molti anni a Larzac ed erano anche a Genova nel luglio 2001. Nonostante le delusioni accumulate negli anni non demordono, continuano a lottare e hanno partecipato a quasi tutte le mobilitazioni che si sono svolte nel nord-ovest della Francia contro il progetto di un nuovo aeroporto a Notre-Dame des-Landes, a circa 20 chilometri da Nantes. Quella del 25 giugno 2006 rimane ancora una data significativa nella storia del movimento contro il devastante progetto. Nonostante il tempo piovoso, diverse migliaia di persone, in gran parte famiglie, si erano riunite a Fosses-Noires tra praterie e bocage. Un ambiente ancora incontaminato, protetto da migliaia di querce secolari. Dopo un pic-nic collettivo, i manifestanti si erano riuniti per formare una grande “fresque humaine”: AEROPORT, NO!”, mentre al microfono proseguivano gli interventi. I “resistants” di Larzac avevano portato il loro incoraggiamento agli “amis bretons” e alla loro azione in difesa della Terra. Erano intervenuti gli antinucleari, varie associazioni protezioniste, Greenpeace, la Confédération Paysanne e gli indipendentisti bretoni di sinistra (Emgann). Dominique Voynet, esponente dei Verts, ci aveva spiegato che quando era al ministero dello Sviluppo del territorio e dell’Ambiente aveva potuto “esaminare il progetto di Notre-Dame-des-Landes. All’epoca si ragionava in termini di aeroporti internazionali piuttosto che di piccoli aeroporti distribuiti sul territorio come quelli di Angers, di Saint-Nazaire o di Rennes. Ma ora -aveva continuato Voynet- con il petrolio a 70 dollari (2006 nda) la situazione è completamente cambiata”. Sulla stessa linea si era espresso Yves Cochet, altro esponente del partito ecologista presente alla manifestazione: “Il rincaro del petrolio non va a favore del traffico aereo, soprattutto di quello delle compagnie a basso costo”. E aveva concluso sostenendo che “noi abbiamo la speranza di poter seppellire questo progetto”. Molto meno ottimisti si erano mostrati Guy, Paul e Jèrome, i tre militanti con cui ero arrivato a Fosses-Noires: “Chi ha i soldi e il potere vuole a tutti i costi costruire l’aeroporto e probabilmente ci riuscirà”. In ogni caso “faremo di tutto per impedirlo”. All’epoca i fautori del progetto (sbagliando clamorosamente) sostenevano che entro il 2010 l’aeroporto già esistente di Nantes-Atlantique sarebbe stato “saturo”. Di diverso parere un portavoce della Confèdèration Paysanne secondo cui queste previsioni erano “completamente infondate, così come lo erano quelle che nel 1970 prevedevano cinque milioni di passeggeri entro il 2000. Invece siamo ancora a due milioni”. E proseguiva: “Sono 35 anni che questo progetto è nato, ma al momento di realizzarlo è già troppo tardi. Il degrado ambientale, l’aumento della temperatura, la fine ormai annunciata del petrolio sono solo alcune delle ragioni per cui questa opera è inutile oltre che nefasta”. Da sottolineare come l’area individuata per l’aeroporto si trovi in una zona di bocage ancora ben conservata, un corridoio naturale tra la valle dell’Erdre, la Brière e l’estuario della Loire dove esiste una eccezionale varietà di flora e fauna, con specie altrove scomparse da tempo (alcune varietà di tritoni e altri anfibi, per esempio). La realizzazione dell’opera, mi spiegavano “porterebbe alla distruzione totale di queste ricchezze naturali”. Infatti un aeroporto concepito per 9-10 milioni di passeggeri comporterebbe “più di 130mila movimenti all’anno tra decolli e atterraggi; 350 aerei di media ogni 24 ore; un aereo ogni 2-3 minuti dalle 8.00 alle 19.00; 30 aerei all’ora nelle ore di punta”.
Questa la situazione che incontrai nel 2006. Inevitabilmente mi ricordava eventi analoghi degli anni settanta quando vaste estensioni di terreni agricoli in Bretagna e Loira Atlantica vennero sottoposte all’opera di “modernizzazione e ricomposizione delle terre” per favorire l’agricoltura meccanizzata a scapito del paesaggio tradizionale. Tra gli effetti collaterali, grave erosione dei suoli sui pendii, siccità e inondazioni. A cominciare dal 1973 Morlaix, Quimper, Chateaulin e altre località bretoni vennero regolarmente invase dalle acque, una conseguenza della distruzione del reticolo di terrapieni coperti di vegetazione e fossati (il bocage) che trattenevano gran parte delle precipitazioni (del resto non è quanto sta avvenendo da qualche anno nelle provincie di Padova e Vicenza a seguito della sistematica cementificazione -coorti di capannoni, basi militari come Pluto e Dal Molin, nuove autostrade come la A31- delle campagne tra Brenta, Tesina e Bacchiglione?)
Intervenendo alle “Giornate Rurali di Nantes” (15-16 novembre 1974) Per Rhun ricordava quanto suo padre aveva risposto, in bretone ovviamente, ad un arrogante funzionario dei lavori pubblici.
“Ma karez vo freuzet ker, ma-mout ganti!” (Distruggi anche la fattoria se vuoi, già che ci sei!).
Dopo aver spianato un terrapieno e abbattuto alcuni olmi e castagni secolari, i bulldozer si accingevano a proseguire l’opera di devastazione del bocage intorno alla piccola fattoria della famiglia Rhun, a Trémèoc (Finistère). Lo stesso Per Rhun (divenuto in seguito docente di Geografia dell’Università di Nantes) avendo protestato di fronte ai cumuli di ceppi sradicati, veniva invitato seccamente a “parlare francese” per aver usato una “parola contadina” (in bretone) dal funzionario “egli stesso figlio di un contadino della bassa Bretagna, ma passato dalla parte del potere”. Una testimonianza che potrebbe tranquillamente riferirsi ai nostri giorni.
Nel 2012 avevo poi seguito a Nantes un’altra clamorosa iniziativa contro il devastante progetto AGO (Aéroport du Grand-Ouest, più conosciuto come aeroporto internazionale di Notre-Dames-des-Landes): un mese di sciopero della fame, tra aprile e maggio, di due contadini, Marcel Thébault e Michel Tarin. Contrari agli espropri delle aree agricole, si erano rifiutati di negoziare i previsti indennizzi con la multinazionale Vinci responsabile del progetto. All’epoca appariva evidente che se il ballottaggio per le ultime elezioni presidenziali avesse riguardato soltanto la regione Bretagne (4 dipartimenti: Finistére, Cotes-d’Armor, Morbihan, Ille-et-Vilaine) e il dipartimento di Pays de la Loire (il 44, dove sorge Nantes), Hollande avrebbe avuto non poche difficoltà nel recuperare i voti di Europe EEVV (i Verdi francesi), Front de Gauche e Modem (per non parlare del NPA, Nuovo Partito Anticapitalista), tutti contrari al progetto sostenuto sia dai socialisti locali (Ayrault in particolare) che dall’Ump di Sarkozy. E’ ormai da un paio di decenni che la popolazione si mobilita con manifestazioni, proteste e occupazioni (“tra elicotteri, cariche e lacrimogeni, contro il cemento e la rassegnazione” si legge in un volantino) per la salvaguardia di questo territorio. E, va detto, non appare per niente intenzionata a desistere.
Il bocage a nord di Nantes si caratterizza per la presenza di centinaia di grandi alberi secolari; 1650 ettari di terre agricole che con la realizzazione della “grande opera” verrebbero completamente devastate.
Dopo aver firmato con i responsabili del PS di Loire-Atlantique e l’inviato di Hollande l’accordo per una moratoria sulle espulsioni dei contadini, l’8 maggio 2012 Thébault e Tarin avevano sospeso la grève de la faim. Tre giorni prima, il 5 maggio 2012, avevano incontrato il consigliere comunale Gaelle Berthand, gli esponenti di Saint-Herblain à Gauche Toute e di Breizhistance (la formazione della sinistra indipendentista bretone derivata da Emgann) che avevano commemorato il 31° anniversario della morte di Bobby Sands. E’ perlomeno singolare che una ventina di anni fa un amministratore locale socialista avesse dedicato al prigioniero politico irlandese (morto il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere imperialista di Long Kesh) una via di Saint-Herblain, piccolo municipio del nord-est di Nantes agglomération. Nella stessa zona vi sono altre strade intitolate a Juan Grimau (giustiziato dal franchismo nel 1963), a Sacco e Vanzetti, ai coniugi Rosemberg (vittime del maccartismo), al martire praghese Jan Palach e a Soweto, la città simbolo della lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Alla cerimonia di commemorazione del 2012 avevano partecipato, oltre a Saint-Herblain à Gauche Toute e Breizhistance, alcuni esponenti dei Verts, militanti del NPA, degli Alternatifs e del Comitato di sostegno ai grévistes di Nantes. Tutte organizzazioni di sinistra come è giusto che sia nel rispetto dell’identità politica e culturale del militante irlandese “divenuto un simbolo per tutti i resistenti e prigionieri politici del mondo”.
Da rue Bobby Sands il corteo si era diretto nella piazza di Nantes (non lontano dal castello dei Duchi di Bretagna) dove da circa un mese i due hunger-strikes (a cui si erano uniti altri contadini, un docente universitario di Nantes e alcuni consiglieri regionali) esprimevano la loro opposizione all’aeroporto. L’accordo provvisoriamente raggiunto non implicava il blocco definitivo dei lavori per l’AGO, ma soltanto la sospensione delle espulsioni in attesa di una risposta ai ricorsi depositati sia sui lavori affidati al gruppo Vinci che sulla “questione prioritaria di Costituzionalità” (QPC). Ancora il 30 aprile 2012, intervistato da Ouest-France, Hollande aveva dichiarato che “prima di iniziare i lavori bisognava attendere che la giustizia si fosse pronunciata”. Un altro ricorso era stato depositato davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Oltre ad una apparente “disponibilità al dialogo” di Hollande, dietro alle quinte si intravedeva l’operato di José Bové e dei fratelli Cohn-Bendit. I noti esponenti ecologisti avevano coinvolto anche Louis Peillon, uno dei maggiori esponenti della battaglia giuridica dei contadini di Larzac (dove si intendeva realizzare un immenso poligono di tiro militare) contro lo Stato francese negli anni settanta.
Dal punto amministrativo il dipartimento 44 (Loire Atlantique) fa parte della regione Pays de la Loire (e non della Bretagne), ma Nantes rimane la capitale storica dei Bretoni. Come scrivevano quelli di Emgann (la formazione della sinistra indipendentista bretone che si ispirava ai baschi di Herri Batasuna e da cui deriva Breizhistance) “il nostro paese, la Bretagna, resta amputato di un quinto del suo territorio in virtù di un decreto firmato da Pétain (il maresciallo collaborazionista durante l’occupazione tedesca nda) nel 1942 e successivamente fatto proprio da gollisti e socialisti PS”. Normale vedere scritte come “BZH 44” (dove BZH sta per Breizh) o assistere a Nantes a manifestazioni per una “Bretagne à 5 dèpartements”. Nello stesso giorno della sospensione dello sciopero, l’8 maggio 2012, Breizhistance e Union Democratic Bretonne (UDB) avevano organizzato una “catena umana per la riunificazione” sul ponte St-Nicolas tra Redon e St-Nicolas de Redon, al “confine” tra Bretagne e Loire-Atlantique.
Dimenticavo. Singolare coincidenza, quel giovane amministratore socialista che dedicò una via al martire irlandese, altri non era che Jean-Marc Ayrault, divenuto in seguito maire (sindaco) di Nantes, deputato di Loire-Atlantique e attuale primo ministro. La sua designazione alla prestigiosa carica era stata interpretata come una contropartita offerta da Hollande all’ambizioso Ayrault in cambio della rinuncia al progetto AGO.
E invece, dopo un periodo di momentanea tregua, ben presto la situazione era tornata incandescente. La giornata del 7 novembre 2012 merita di essere ricordata come una vera battaglia campale. Almeno cinque ore sono occorse ai due squadroni di gendarmes mobiles affiancati dai CRS per demolire le sette barricate innalzate sulla strada dipartimentale 281 (tra Notre-Dame-des-Landes e La Paquelais) nella zona dove si vorrebbe costruire una pista del contestato Aéroport du Grand-Ouest.
Contro i manifestanti -che avevano acceso dei fuochi per riscaldare l’ asfalto e facilitare lo scavo di buche a colpi di ascia- decine di cariche, lacrimogeni, pestaggi, arresti…
Come sempre, tra gli oppositori di AGO sia contadini che semplici abitanti del luogo, non solo quelli colpiti dagli espropri. A loro si sono aggiunti gli occupanti di alcune fattorie abbandonate, esponenti di Europe Ecologie-Les Verts e della sinistra indipendentista bretone (Breizhistance, ex Emgann), militanti anarchici e autonomi.
Le espulsioni erano iniziate il 15 ottobre 2012 con un’operazione denominata, in maniera alquanto rivelatrice, “César”. Un vero autogol mediatico, se pensiamo che l’irriducibile villaggio di Asterix (quasi “eroe nazionale” in quanto antagonista dell’invasore della Gallia Giulio Cesare) era stato immaginato da Goscinny e Uderzo proprio in Bretagna.
Prontamente i manifestanti hanno lanciato lo slogan “Veni, vidi, Vinci” ironizzando sul nome dell’azienda costruttrice, Vinci Airports. Ripetutamente ascoltata anche la variante “Veni, vidi, reparti”.
Grande delusione da parte degli ambientalisti per la mancanza di disponibilità mostrata dal nuovo primo ministro, l’ex sindaco di Nantes Ayrault. Quanto al presidente Hollande, era inevitabile fare un confronto con Francois Mitterand: nel 1981, appena eletto, aveva fatto sospendere l’ampliamento del poligono militare di Larzac. Considerazioni ambientaliste a parte, non si comprende quale sia l’utilità di AGO visto che intorno a Nantes sono già in funzione ben due aeroporti, Nantes-Atlantique (pochi chilometri a sud) e Saint-Nazaire-Montoir (a circa 40 chilometri). Obiettivo dichiarato dei prossimi appuntamenti del movimento, rioccupare i terreni e gli alberi da dove i manifestanti sono stati forzatamente evacuati.

(Gianni Sartori – 2013)

author by Gianni Sartoripublication date Sun Nov 16, 2014 14:48Report this post to the editors

IL POSTO DI "PLUTO"? ALL'INFERNO, OVVIAMENTE
(Gianni Sartori)

Nella mitologia greca “Pluto” è il dio della ricchezza. Nella versione di Aristofane, un dio che la distribuisce a caso provocando soprattutto danni. Ottimo per indicare un avamposto militare al servizio del capitalismo. Ma essendo la base di Longare in gran parte sotterranea, è probabile che il nome corrisponda al nominativo latino di “Pluto-Plutonis”, Plutone (in greco “il ricco”) il dio degli Inferi. Era anche marito di Persefone, figlia di Demetra, madre -secondo altre fonti sorella – del sopracitato “Pluto”. In ogni caso la terminologia adottata evoca cose torbide, incestuose, oscure e malvagie.

UNO SPETTRO RADIOATTIVO SI AGGIRA SUI COLLI BERICI… – La base “Pluto” di Longare, in gran parte sotterranea, sottrae alla cittadinanza un’area di oltre 20mila metri quadri sul versante est dei Colli Berici. Non è noto, invece, a quanto corrisponda l’estensione sotterranea. Fino al 1992 rappresentava la più importante sede statunitense di armi nucleari in Italia. A distanza di anni gli effetti perversi continuano a farsi sentire. Sia a nord (zona di Bugano) che a sud (Costozza) la percentuale di leucemie, in particolare tra i giovanissimi, è al di sopra della media. Un caso? Ma evidentemente non bastava. Ora si appresta a diventare un “Centro di addestramento unificato” di rilevanza internazionale. Circondata da un muro in cemento armato alto sei metri (invece delle reti con tripli reticolati attualmente presenti), con una nuova struttura di circa 5mila metri quadrati che verrà realizzata all’interno e comprendente aule e celle operative per “studio-tattiche” in supporto alla Difesa nazionale americana. Oltre ad un parcheggio per veicoli tattici di 1600 metri q. e ad altri interventi devastanti per l’ambiente come il disboscamento della vegetazione per far spazio alle esercitazioni (si presume anche dei blindati). In pratica, un campo di battaglia e un immenso poligono di tiro da realizzare entro il 2013. Un centro di avanguardia per “addestramenti mirati, pianificazioni delle missioni all’estero” e per simulare ambienti virtuali così da mantenere un “alto livello di prontezza operativa”. A Longare la fase suprema del capitalismo dispiega tutta la sua geometrica potenza!

Spese previste, 26,2 milioni di dollari (21 milioni di euro). Specchietto per le allodole (o meglio. per gli allocchi), i “criteri di eco-sostenibilità”. I soliti pannelli solari diventati ormai l’ipocrita foglia di fico dell’immondezzaio tecno-militare. Se Hitler avesse vinto, probabilmente anche i forni crematori dei campi di sterminio utilizzerebbero il fotovoltaico.

Appare evidente che la devastante opera è una diretta conseguenza (“un completamento” suggerisce un noto collaborazionista) della realizzazione della nuova base Dal Molin e della creazione del comando Africom a Vicenza. Una metastasi senza fine favorita dalla realizzazione della A31 (autostrada Valdastico), la “tangenziale perfetta” per il sistema della basi statunitensi nel vicentino (Dal Molin, Ederle, Fontega, Pluto…oltre a depositi, impianti radar e “villaggi americani” vari come a Casale).

Indicativo dello stato di sudditanza (al limite del collaborazionismo) in cui versa questa provincia “patrimonio dell’Unesco”, il fatto che le amministrazioni locali si siano svegliate soltanto “il giorno dopo”, apprendendo dai giornali quanto deciso e stabilito dalle truppe di occupazione.

Ma non tutti si adeguano passivamente. Il 2 settembre la “Brigata Silva” (la formazione partigiana partigiano dei Colli Berici, quella in cui si era integrato mio padre Leone sartori, detto “Marcello”) è ridiscesa dai monti, stavolta armata di pentole e casseruole. E anche di qualche cesoia.

Mentre centinaia di manifestanti esprimevano il loro legittimo dissenso davanti ai cancelli del sito e chiedevano la “sdemanializzazione dell’area” (come era stato promesso qualche anno fa, prima della realizzazione della A31), altri raggiungevano attraverso i boschi la recinzione tagliandola in alcuni punti e lanciando fuochi d’artificio.

Tra gli slogan maggiormente scanditi “Non siamo una colonia Usa” e “Siete circondati, ve ne dovete andare “. Ma anche il classico “’mericani fora dae bae”. Altre iniziative si sono poi svolte in novembre e dicembre. QUESTA TERRA E’ LA MIA TERRA – Quanto sta accadendo sopra e sotto Longare mi riguarda direttamente. Ho trascorso l’infanzia nel paesello di fronte alla base “Pluto”, San Piero Intrigogna, appena al di là del Bacchiglione. In prossimità delle Boche del Tesena, dove il Tesina confluisce nel Bacchiglione. E il fiume Tesina non è altro che la prosecuzione dell’Astico. Alla fine il cerchio si chiude. L’Astico nasce in Trentino, di fronte a Lavarone e alla cimbra Luserna, transita per Casotto (dove vive la più consistente comunità di Sartori della provincia e da dove sembra provenissero i miei avi) e Scalzeri da cui si inerpica verso Luserna un sentiero già percorso dai partigiani della Brigata Ismene. Le sue acque spumeggianti lambiscono poi San Pietro Valdastico, Pedescala (tristemente noto per l’eccidio nazi-fascista, la maggior parte delle vittime vecchi e bambini), Barcarola e Arsiero. Scorre sotto al salto dei Granatieri (quello del Monte Cengio che Fogazzaro contemplava da Velo d’Astico) e supera Cogollo del Cengio. Proprio su questo tratto si sta per svolgere la seconda puntata del dramma “Autostrada A31, No grazie!”. Non si sono ancora spente le polemiche in merito alle ville palladiane sfiorate dall’invadente infrastruttura e per le tonnellate di rifiuti tossici riversati lungo il percorso del tratto a sud (oltre alla conferma che la contestata tratta Vicenza-Rovigo va assumendo tutte le caratteristiche di un “corridoio militare-industriale”) che già un nuovo contenzioso si va aprendo a nord.

Dopo la conferenza stampa del 17 luglio a Trento, il sindaco di Valdastico (VI), Alberto Toldo, aveva accusato il collega di Besenello (TN) di “speculare sui morti”.

Ma Cristian Comperini, primo cittadino del comune della Val Lagarina dove dovrebbe sbucare la galleria autostradale, aveva ricordato le tragedie del Vajont, di Stava e della Valtellina a ragion veduta, in base alle conclusioni del prof. Dario Zampieri, docente del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, relative all’analisi sulla Frana Marogna.

Per il sindaco Comperini nella progettazione della Valdastico si sarebbe “completamente dimenticato l’indicazione dell’IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi Italiani, consultabile tramite il portale dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ISPRA) sulla gravità del pericolo di una frana del volume di circa 20 milioni di metri cubi gravitante sulla località Casotto nel comune di Pedemonte (VI), dove il progetto vorrebbe collocare il viadotto Molino, lo svincolo Valle dell’Astico, un centro di manutenzione, l’area di servizio Lavarone e un centro di ristorazione”. E quindi con “un rischio molto elevato di perdita di vite umane e danni agli edifici e alle infrastrutture”.

Nonostante l’evento principale risalga ad alcuni secoli fa, per il professor Zampieri la Marogna “è da considerarsi una frana attiva”. Una recente verifica sul terreno ha confermato che sopra la Gioia, la nicchia della frana, esiste “una massa di dolomia sospesa con giacitura a franapoggio ed inclinazione tra 20° e 30°, avente un volume di oltre 20 milioni di metri cubi”. Alla base della parete sono presenti “venute d’acqua lungo il piano di scivolamento” e la vegetazione arborea appare “danneggiata e ricoperta da una fascia di detrito a grossi blocchi che dimostra una continua attività di crolli di roccia”.

L’analisi ravvicinata mostra inoltre “evidenti fasci di fratture beanti parallele e sub ortogonali alla parete, che isolano volumi di migliaia/decine di migliaia di metri cubi in precario equilibrio, sospesi ad una altezza di 450 m al di sopra del fondovalle e raccordati con questo tramite un piano inclinato di 30°-35°”. L’area proposta per la realizzazione dello svincolo e annessi servizi sarebbe la “meno idonea di tutta la valle dell’Astico essendo ubicata al piede di una frana attiva”. Più inquietanti delle parole, le immagini realizzate dallo stesso Zampieri e allegate al documento. Evidenti placche chiare dovute a distacchi di qualche anno fa, blocchi fuoriusciti dalla parete per scivolamento, fratture aperte, giganteschi pilasti di roccia e lame di roccia di alcune centinaia di metri cubi in precario equilibrio.

Curiosamente, il PAI (Progetto di Piano Stralcio per l’assetto idrogeologico) del bacino del fiume Brenta-Bacchiglione, il PTCP (Piano Territoriale di coordinamento Provinciale) e il PATI (Piano di Assetto del Territorio Intercomunale) non riportano la frana della Marogna, presente invece nel catalogo IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia). Si tratta della “più grande frana della valle dell’Astico con una superficie di deposito di oltre 93mila metri quadrati di area, documentata nel sito della Regione veneto, Cartografia Geologica, Progetti CARG alla scala 1:10.000”.

In compenso l’area intorno alla frana viene segnalata come P4, ossia “rischio geologico massimo”. Strano che al momento della progettazione dell’autostrada non se ne sia tenuto conto. Pare proprio che il Vajont non abbia insegnato nulla.

Ma le contestazioni alla prosecuzione della Valdastico Nord da Piovene Rocchette (VI) a Trento non si limitano all’area di Casotto.

In un volantino del Comitato NO Valdastico Nord si elencano alcune conseguenze nefaste.

1) Passa accanto alla chiesetta di S.Agata (anteriore al 1000 dC) rovinando definitivamente il contesto ambientale; 2) invade tutta la campagna accanto alla chiesetta di S.Giorgio di Velo d’Astico (con affreschi longobardi e rinascimentali); 3) divora 307 campi vicentini solo nel primo tratto (tra Piovene Rocchette e Velo d’Astico), campi definitivamente sottratti alle attività agricole; 4) impatta con una fabbrica che occupa più di 100 operai; 5) va ad occupare più di ¼ della superficie libera di Pedemonte (il 28% della superficie di fondovalle); 6) A Valdastico attraversa il torrente Astico nel punto più largo e più vicino a 4 nuclei urbani (Pedescala, Forni, Settecà, Forme Cerati); 7) piloni in cemento armato, ruote di camion e barriere anti rumore saranno il nuovo paesaggio vallivo, con buona pace delle speranze di valorizzazione turistica; 8) va ad intercettare numerose sorgenti lungo i tratti in galleria; 9) passa sotto al lago di Lavarone (dove trascorse periodi di riposo Freud nda) con il rischio di intercettare vene d’acqua collegate con il lago; 10) è in aperto contrasto con il Piano Territoriale Regionale che intende limitare il consumo di suolo agricolo (in una provincia ormai completamente ricoperta da zone industriali, centri commerciali, basi militari etc. nda)…

E la lista potrebbe continuare. Si sono espressi negativamente anche i comuni trentini di Folgaria e di Luserna, il paese natale di Elvio Facchinelli che qui ha voluto essere sepolto dopo aver donato alla biblioteca comunale tutti i suoi libri. Rinomata tra gli studiosi per aver saputo conservare la lingua e la cultura dei Cimbri, Luserna rischierebbe di venir asfissiata dai gas di scarico provenienti dall’autostrada posta nella valle sottostante. In realtà, sostiene il Comitato NO Valdastico Nord chi vuole la Valdastico Nord è soltanto “la società autostradale Brescia-Padova che, con l’approvazione del progetto, intende farsi rinnovare la concessione autostradale del tratto più redditizio (Bs-Pd) ad un prezzo più basso”.

Significativa l’opposizione espressa dalle sezioni della COLDIRETTI di Velo d’Astico, Cogollo del Cengio e Alto Astico. Nel loro comunicato scrivono che “dopo i campi di sterminio la civiltà dell’industria ha determinato lo sterminio dei campi agricoli”. E non sembri solo un gioco di parole. I contadini della Val d’Astico sanno di cosa parlano. La Valle ha ben conosciuto sia gli eccidi nazisti (come a Pedescala) che le deportazioni nei campi di sterminio. Non per niente Cogollo del Cengio è gemellato con Mauthausen.

Non sarebbe male che ora l’intera val d’Astico si gemellasse con la Val di Susa (e magari i No-Dal Molin con il presidio contro l’aeroporto di Notre Dame des Landes a Nantes).

Proseguendo nel suo corso, con un’improvvisa deviazione, relativamente recente stando ai tempi geologici, l’Astico si infila poi si infila tra l’Altopiano di Asiago e le colline Bregonze, in quella zona del vicentino dove ebbe inizio e si manifestò in maniera talvolta drammatica la “breve estate dell’Autonomia” negli anni settanta. Sfiora o attraversa Caltrano, Chiuppano e Calvene per poi riprendere la corsa verso sud. Tocca Breganze, Sandrigo, Lupia e Lupiola. Nei pressi di Lupia riceve dalla sinistra orografica le acque di un piccolo corso d’acqua che nasce poco prima da una risorgiva, il Tesina appunto. Cambia quindi nome, ma il percorso e la direzione rimangono quelli dell’Astico la cui natura torrentizia lo rende potente in periodo di disgelo. Per chi cammina sull’argine della destra orografica non è facile individuare quale sia il punto del cambio anagrafico. Da segnalare la presenza, almeno fino agli anni cinquanta, di qualche esemplare di lontra nella striscia di terra all’epoca ricoperta da folta vegetazione. La zona venne devastata per iniziativa istituzionale una ventina di anni fa. Alberi tagliati, anse raddrizzate, rive cementificate. Trasformando, come scrissi allora in un articolo “il limpido corso d’acqua in un canale di scolo”. Più recentemente (un autentico teatro dell’assurdo), per usufruire di finanziamenti europei, è stato realizzato un progetto di ri-naturalizzazione dell’area. Un po’ come fare affari ricostruendo dopo aver scatenato una guerra. Ovviamente un palliativo, un pro-forma visto che il danno ormai era stato fatto.

Il cammino del fiume prosegue verso Bolzano vicentino, Quinto, Marola e Torri di Quartesolo, sfiorando la militarizzata periferia est di Vicenza (San Pio X, Bertesinella…) e confluendo nel Bacchiglione a un centinaio di metri dal campanile di San Piero Intrigogna, in origine una curtis benedettina. Poco prima della confluenza (denominata Le Boche del Tesena) riceve da destra la roggia Caveggiara; altra nostra battaglia persa quando cercammo, invano, di evitare il taglio della prosperosa vegetazione per allargare l’alveo del corso d’acqua. Bastava avessero chiesto, per esempio, a mia madre Rosa Sgarabotto che ricordava benissimo come negli anni trenta il fondo della Caveggiara fosse stato rivestito di lastre di pietra. Al momento di scavare, dopo aver diligentemente abbattuto ogni olmo, ontano, pioppo, salice e moraro (gelso) presente lungo le rive, si accorsero che l’operazione non era fattibile e lasciarono tutto com’era (tranne ovviamente per gli alberi irreparabilmente estirpati).

In un certo senso il sistema Astico-Tesina costituisce la spina dorsale, liquida, delle campagne vicentine, dalle Prealpi alla pianura vera e propria. Ora questo percorso naturale, i cui argini vengono ancora ancora utilizzati nelle transumanze verso i pascoli montani (da qualche pastore di Lumignano) si va trasformando in un nastro di cemento e asfalto, circondato da caselli, aree industriali, basi militari e altre schifezze.

Stando ai racconti di mia nonna Pina (da bambina lavorò come mondina, sia a Grumolo che a Mossano), la lontra agli inizi del secolo scorso frequentava anche la zona delle Boche del Tesena. Lei la chiamava sgora, essere misterioso che trascinava in fondo al fiume i bambini discoli; forse una variante, più che della relativamente mite anguana, dell’aganis friulana. Fino ad un paio di decenni or sono, mi capitava di incontrare qualche anziano che si ricordava di mio nonno Augusto (un obligato, contadino povero senza terra). Proprio in questo spicchio di terra retaggio delle bonifiche del 1300, aiutato da mio padre ancora bambino, el nono Gusto venne incaricato dal proprietario dell’abbattimento di alcuni morari e albare rimasti in parte ricoperti dal terrapieno del nuovo argine. Tutto “a man col pico, la baila e la cariola” racconta mio padre. In cambio del duro lavoro, ai miei familiari sarebbero toccate le rame alte e le soche estratte dal terreno. Il legname più pregiato, sia per lavori che per riscaldamento, quello del tronco e dei rami più grossi, ovviamente andava ai paroni. Per saperne di più sul “piccolo mondo antico” di San Piero, Deba e Casaleto suggerisco la lettura di “Mio padre partigiano” (un articolo pubblicato nel 2003) dove ho raccontato di un tentativo fascista di far ingurgitare a mio nonno l’olio di ricino (previa manganellatura di rito). La bieca operazione venne stroncata da mia nonna a colpi di forcone. Non fu invece altrettanto fortunato mio zio Attilio Fasolato (detto Tilio, come l’albero), operaio e sindacalista allo stabilimento Rossi di Debba. Solo recentemente ho saputo che la stessa sorte era toccata anche ad un vicino dei miei, el scarparo Farinello, anche lui socialista.

Costui trovò però il modo di vendicarsi. Fingendo di accettare umilmente la predica e le raccomandazioni per “comportarsi bene in futuro”, dopo il pestaggio acconsentì a offrir da bere alla squadraccia. Portò in tavola del cordiale a cui aveva aggiunto parecchie gocce di un forte lassativo. Ritornate a casa, le camicie nere dovettero immediatamente correre al cesso. All’intraprendente antifascista (in seguito ospite delle patrie galere) arrivò una lettera minacciosa che lo preavvertiva di una ulteriore visita non propriamente di cortesia. Ma i socialisti del luogo si organizzarono. Quando il camion della spedizione punitiva transitò per la Riviera Berica, i compagni vennero allertati, come era stato convenuto, dal suono delle campane di San Piero Intrigogna. Prontamente radunatisi, bloccarono la squadraccia all’altezza della Pontara tra Debba e San Piero e l’olio di ricino venne forzatamente ingerito dai componenti della squadraccia. Un piccolo gesto di resistenza di cui si era persa la memoria e che riscatta la popolazione locale, talvolta troppo umile e sottomessa al potere.

E dopo quelli dei fascisti, sulla strada che da san Piero porta a Vicenza passando per Casale (all’epoca ancora strada bianca) passarono i camion statunitensi. Il mio primo incontro risale agli anni cinquanta. Abitavo a Casaletto, una contrada la cui parte più consistente era costituita dall’abitazione e dalle stalle dei Dalmaso, gli affittuari. In prossimità di una piccolo rilievo, el monteseo, recentemente devastato da alcune costruzioni e da un centro di addestramento per cani. I camion passavano sollevando la polvere e un nugolo di bambini correva loro incontro gridando “ciunga” (termine dialettale per indicare la gomma da masticare) mentre i soldati lanciavano sbrancà di chewing gum e qualche caramella. I ragazzini si accapigliavano rotolandosi per terra per strapparsi il misero bottino. Ricordo che me ne stavo appoggiato al portone e non partecipavo. Forse per timidezza, forse per dignità.

In ogni caso provando vergogna per lo spettacolo “coloniale”.

A non più di 2-3cento metri dalla citata Pontara, troviamo gli storici ponti di Debba, sovrastati dalle case operaie e dallo stabilimento Rossi. Oltre a mia madre, vi lavorarono come operai quattro o cinque tra zii e zie. La sorella maggiore di mia madre, Marcella moglie di Tilio, vi entrò ragazzina, quando la fabbrica era ancora un canapificio. All’epoca si lavorava immersi nell’acqua fredda corrente, con conseguenze ben immaginabili (gravi forme di reumatismi). Uno dei ponti scavalca il Bacchiglione, l’altro la mitica Rosta. Poco lontano, una decina di metri, il 4 novembre 1987 morì annegato (o meglio, fatto annegare) un ragazzino sinto inseguito dalla polizia, Paolo Floriani.

La corsa di Paolo e Davide attraverso i campi, prima in moto (una storia alla “Chicco e Spillo”, ma senza lieto fine) e poi a piedi, finì con un tentativo di attraversare a nuoto il fiume. Già in salvo sull’altra sponda (quella dello stabilimento), Paolo tornò ad immergersi nelle fredde acque per salvare l’amico che stava annegando. Ormai circondato dai poliziotti (per niente impietositi dalla generosità mostrata dal ragazzo) Paolo tentò un’estrema fuga, ma venne inghiottito dal fiume (v. l’articolo “Nomadi e scomodi” su “A, rivista anarchica” del dicembre 1991).

Ma torniamo a Site Pluto. Per il giornalista Antonio Mazzeo “fino al 1992 ha rappresentato la punta avanzata della follia strategica USA e NATO che ritenevano possibile una guerra nucleare limitata”. Nelle immense cavità artificiali che devastano il sottosuolo da Col de Ruga a Costozza (analogamente alla spesso dimenticata base del Tormeno, la Fontega, deposito di esplosivi sotto Arcugnano) vennero stivate (scusate il gergo da ex facchino alla Domenichelli nda) testate nucleari di tipo W-79 (potenza tra i 5 e i 10 kiloton) e W-82 (“soltanto” 2 kiloton) per obici a corto raggio M-109 e M-110 e per missili Nike Hercules. Questi ultimi collocati poco lontano, a san Rocco, nella base dell’aeronautica italiana installata sulla sommità dei colli tra Costozza e Longare e probabilmente collegata a Pluto da percorsi sotterranei. Parentesi storico-ambientalista. Tra le due basi si snoda uno dei pochi sentieri lungo cui è ancora possibile ammirare in forma abbastanza rigogliosa la rarissima saxifraga berica. Forse perché Provincia, FC del Cai (vedi il taglio dei bagolari sulle pareti intorno alla Danieli) e Pro-Loco non sono ancora intervenuti con motosega e decespugliatore a disboscare per allargare il sentiero ombroso. Come è noto la saxifraga berica vive e prospera di luce indiretta e quindi solo in zone circondate da vegetazione (o anche negli antri dei covoli, meglio se protetti da cespugli). Basti pensare a quello che è avvenuto sotto le pareti di Lumignano invase dai FC che hanno disboscato alla grande. O peggio ancora, alla Fontana di Trene sopra Nanto dove i cespugli di saxifraga sono stati direttamente estirpati per “ripulire”. Un altro esempio. Poco lontano dell’entrata di Pluto fuoriesce il canale Bisatto, proveniente dalla zona del lago di Fimon e transitato per due gallerie e val Bugano. Qui, almeno fino ad un paio di anni fa, confluivano a fine inverno migliaia di rospi scesi dai boschi per riprodursi. Appare evidente che l’ampliamento della base potrebbe avere effetti devastanti su un ambiente naturale prezioso per la sua biodiversità. Sempre tra le due basi, troviamo la lapide per l’eremita padre Pagani forse cercava di espiare le colpe accumulate come inquisitore (avete notato che nella statua recentemente posta a Costozza il volto di Pagani ricorda quello di Eymerich, l’inquisitore catalano divenuto il protagonista dei romanzi di Valerio Vangelisti?). Per restare in tema di Inquisizione, ricordo che su un poggio tra Longare e Costozza sorge la “specola” da dove il buon Galileo (gran frequentatore delle fin troppo fresche grotte locali dove finì con l’ammalarsi piuttosto seriamente) compì i primi studi della volta celeste. Dalle sue osservazioni ricavò la pericolosa convinzione per cui sarebbe la Terra che ruota intorno al sole (e non viceversa) facendo incavolare i gelosi custodi dell’ideologia dominante dell’epoca. Segnalo l’opportunità di un’ulteriore rivoluzione copernicana, quella antispecista e biocentrica che detronizzi il “re del creato” e ponga un limite alla devastazione ambientale conseguenza dell’antropocentrismo. Un altro colle tra Costozza e Lumignano era stato frequentato dal poeta Petrarca che lo soprannominò “Parnaso”. Ma soprattutto, dal ’43 al ’45, tra le grotte, i massi e gli scaranti di questa zona impervia si era installato il comando della brigata partigiana Silva. I caduti per la Libertà della Silva sono ricordati da un caratteristico monumento ancora immerso nella vegetazione. Precisazione: non è mia intenzione scrivere una sommaria guida turistica, ma soltanto sottolineare che il luogo meriterebbe maggior rispetto.

Dopo essere già stata utilizzato durante le ultime “guerre balcaniche” e nei più recenti interventi in Africa, ormai conclusa la costruzione della nuova base per la 173° Brigata aviotrasportata nell’ex aeroporto Dal Molin e diventato pienamente operativo il comando di US Army Africa, Site Pluto non poteva mancare all’appello. Dal 2013 vi verrà insediato un Mission training complex, un centro di addestramento unificato dell’esercito statunitense con “aree funzionali per le operazioni tattiche e stanze per l’elaborazione di eventi addestrativi”. Il nuovo impianto sarà in grado di ospitare giornalmente centinaia di soldati, sia statunitensi che italiani (i reparti d’élite per le guerre africane) e anche gli ospiti del “centro di eccellenza” COESPU per le forze di polizia straniere della caserma “Chinotto”, a Vicenza. Antonio Mazzeo e Manlio Dinucci non escludono che Site Pluto possa “servire per esercitazioni di guerra nucleare” e come “deposito-centro di manutenzione di armi nucleari”. Soprattutto da quando gli F16 e i Tornado verranno sostituiti dai caccia F-35 di quinta generazione per i quali è stata progettata la nuova bomba nucleare B61-12 (al cui lancio si esercitano anche gli F-35 italiani).

Forse allarmati dalla fuga di notizie, le autorità italiane sono intervenute per rassicurare l’opinione pubblica. Nel nuovo stabile “solo computer. La guerra sarà simulata”. Un immenso videogioco per “simulare azioni di guerra e di peacekeeping”?

Dichiarazioni che comunque sconfessavano il precedente comunicato del comando Usa di Vicenza che escludeva di voler “ampliare la base di Longare o di aprire una nuova base a Tonezza del Cimone”. Interessante questa excusatio non petita per il riferimento a Tonezza. Sicuramente consentirebbe un facile accesso al previsto tratto Nord della A31, molto più comodamente che dalla base dismessa del monte Toraro (verso Folgaria, in prossimità di Malga Zonta dove vennere trucidati i partigiani della Garemi) ora trasformata in “Museo della Guerra Fredda”. Da notizie più recenti sembrerebbe che a Tonezza si voglia realizzare un centro di recupero per i soldati impazziti in zona di guerra. Ritorna comunque l’ipotesi che identifica nell’autostrada Valdastico A31 un “corridoio militare-industriale” attraverso l’intera provincia vicentina, una delle più militarizzate della penisola. Senza dimenticare che un corridoio ad uso militare esiste già nel Basso vicentino, più o meno sovrapposto alla Valdastico sud: quello aereo percorso quotidianamente da decine di rumorosi e inquinanti caccia.

Nel 2009 a Site Pluto si svolse l’esercitazione Lion Focus, sotto la supervisione del Comando US Africom di Stoccarda e del Joint Warfighting Center di Norfolk (Virginia) per “preparare il quartier generale della Joint task force SETAF-US Army Africa nell’esecuzione del comando delle operazioni in Corno d’Africa in supporto delle missioni assegnata alla Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), la forza militare di più di 2000 uomini di stanza a Gibuti”. Nel maggio 2011, durante un’altra esercitazione a Longare, è stata attivata una specifica postazione di comando di “pronto intervento” (Early Entry Command Post – EECP) destinata a diventare la Forward Command Post (FCP), uno dei maggiori centri di comando per le operazioni di US Army Africa. Per Vicenza e dintorni, si profila un futuro di ulteriore militarizzazione del territorio. Ma intanto i cittadini di Longare e paesi limitrofi si preoccupano di sagre e altre amenità. Prima o poi gli zombies del Basso Vicentino dovranno scuotersi dal loro torpore. Ma forse sarà troppo tardi. O è già troppo tardi?

Gianni Sartori

author by Gianni Sartoripublication date Sun Nov 23, 2014 01:01Report this post to the editors

22 novembre 2014
Butto giù qualche considerazione così come viene. Abbiamo visto tutti in questi giorni gli abitanti di Casale Monferrato con in mano i cartelli che domandavano in quanti dovranno ancora morire. Mi veniva da chiedermi: ma non sarà ormai troppo tardi?
Ricordo bene che 30 anni fa a parlare di eternit e della sua pericolosità (come di tanti altri inquinanti e cancerogeni, evidentemente Seveso non aveva insegnato nulla) si passava per “cassandre” (dimenticando che Cassandra, purtroppo per i troiani aveva avuto ragione) o roba del genere. Si parva licet, chi in questi anni ha denunciato la presenza di rifiuti tossici sotto il manto stradale della A31 (Basso vicentino) è stato definito, nella migliore delle ipotesi “ecologista romantico e bucolico”, nella peggiore “ambientalista talebano” (almeno tra le definizioni riferibili, parlo per esperienza personale).
Mi viene spontaneo pensare che tra 30 anni (ma anche meno, secondo Medicina Democratica cromo e nichel dovrebbero andare in falda tra 10-15 anni) i nostri figli e nipoti si troveranno a denunciare i guasti di questo recente ecocidio nordestino e a porsi analoghe domande sul loro futuro.
Significativo poi come in questi giorni la cosa venga trattata dalla stampa locale. A parte il GdV che è notoriamente sul libro paga di chi opera nel settore, il giornale diocesano (“La Voce dei Berici”) si preoccupa di tranquilizzare, coprire, lenire, edulcorare…Dice in sostanza che se i rifiuti illegali restassero dove sono ora (sotto l’asfalto) non ci sarebbero pericoli. Dimenticando che quando piove fuoriescono e comunque penetrano nel terreno e in falda…
Chiudo e segnalo in rete
“Gianni sartori A31: autostrada, discarica o infrastruttura militare” (vedi sul sito DalMolin oppure su CSA Arcadia)
buona lettura (NB risale ad almeno tre anni fa…quando forse si poteva ancora bonificare)
ciao
Gianni Sartori

author by Gianni Sartoripublication date Sun Nov 23, 2014 01:01Report this post to the editors

22 novembre 2014
Butto giù qualche considerazione così come viene. Abbiamo visto tutti in questi giorni gli abitanti di Casale Monferrato con in mano i cartelli che domandavano in quanti dovranno ancora morire. Mi veniva da chiedermi: ma non sarà ormai troppo tardi?
Ricordo bene che 30 anni fa a parlare di eternit e della sua pericolosità (come di tanti altri inquinanti e cancerogeni, evidentemente Seveso non aveva insegnato nulla) si passava per “cassandre” (dimenticando che Cassandra, purtroppo per i troiani aveva avuto ragione) o roba del genere. Si parva licet, chi in questi anni ha denunciato la presenza di rifiuti tossici sotto il manto stradale della A31 (Basso vicentino) è stato definito, nella migliore delle ipotesi “ecologista romantico e bucolico”, nella peggiore “ambientalista talebano” (almeno tra le definizioni riferibili, parlo per esperienza personale).
Mi viene spontaneo pensare che tra 30 anni (ma anche meno, secondo Medicina Democratica cromo e nichel dovrebbero andare in falda tra 10-15 anni) i nostri figli e nipoti si troveranno a denunciare i guasti di questo recente ecocidio nordestino e a porsi analoghe domande sul loro futuro.
Significativo poi come in questi giorni la cosa venga trattata dalla stampa locale. A parte il GdV che è notoriamente sul libro paga di chi opera nel settore, il giornale diocesano (“La Voce dei Berici”) si preoccupa di tranquilizzare, coprire, lenire, edulcorare…Dice in sostanza che se i rifiuti illegali restassero dove sono ora (sotto l’asfalto) non ci sarebbero pericoli. Dimenticando che quando piove fuoriescono e comunque penetrano nel terreno e in falda…
Chiudo e segnalo in rete
“Gianni sartori A31: autostrada, discarica o infrastruttura militare” (vedi sul sito DalMolin oppure su CSA Arcadia)
buona lettura (NB risale ad almeno tre anni fa…quando forse si poteva ancora bonificare)
ciao
Gianni Sartori

author by Gianni Sartoripublication date Fri Dec 05, 2014 16:12Report this post to the editors

"Ma allora il Vajont non ha insegnato niente?" scrivevo qui sopra. E parlare di Vajont significa ricordare la compianta compagna Tina Merlin. Senz’altro indegnamente, ho avuto l’onore di conoscerla tanti anni fa. Era il 1969 e mi trovavo a Valdagno in “visita” alla fabbrica occupata di Marzotto. Portavo la mia testimonianza, un volantino di solidarietà di alcuni studenti dell’istituto magistrale di Vicenza dove avevo organizzato uno sciopero riuscendo a tener fuori un paio di classi (in particolare la mia, la 3° E).
Credo in quella occasione di aver avuto un alterco con il futuro sindaco Variati (era, mi pare, in 2° E e forse già seguace di Rumor) che voleva entrare. A Valdagno lasciai il volantino agli operai “di guardia” (non era l’occupazione delle fabbriche del 1921, ma insomma era già qualcosa) e ritornai a Vicenza in autostop. A darmi un passaggio fu proprio Tina Merlin (giornalista dell’Unità) che mi aveva intravisto parlare con gli operai. Ovviamente consegnai anche a lei copia del volantino (che poi inserì nel suo libro “Avanguardia di classe e politica delle alleanze” Editori Riuniti, 1969). Le lotte della classe operaia di Valdagno erano diventate di rilevanza nazionale con la rivolta del 19 aprile 1968 (evento a cui, non del tutto casualmente, avevo partecipato, almeno come spettatore -ricordo che all’epoca avevo sedici anni).
Del viaggio ricordo soprattutto un suo auspicio: “Voi giovani vedrete realizzarsi i nostri sogni, quelli del vostri genitori…un mondo meno ingiusto..” (cito a memoria). Sembrava convinta e non posso fare a meno di pensare a quanto ne sarebbe delusa, vedendo il disastro, non solo ambientale, compiutosi in questi anni…(e una vocina mi dice che oggi sarebbe a fianco dei NOTAV in Val Susa).
In ogni caso la sua testimonianza rimane salda, a futura memoria (come quella di un’altra donna dall’analogo destino, aver previsto e anticipato i drammi dell’inquinamento e venir per questo derisa e umiliata: Rachel Carson, autrice di “Silent Spring”, del 1962).
Scusate per l’intervento a carattere memorialistico (e forse troppo personale) ma invecchiando sto diventando sentimentale, ciao
Gianni Sartori

PS il volantino si trova a pag. 225 del libro citato (“Gli studenti del “Fogazzaro” in sciopero, Vicenza 8 febbraio 1969). Lo avevo scritto nella sede del PSIUP di Vicenza insieme all’allora compagno, poi democristiano, Alfredo Zaniolo (con la supervisione, in parte censoria, di Domenico Buffarini).
Riporto la conclusione:

“Operai!
Gli studenti non vi esprimono solo la loro solidarietà, ma vi portano il contributo cosciente della loro lotta contro il comune nemico, il capitalismo!
Uniti, studenti e operai possono costruire un mondo nuovo!
Uniti, studenti e operai possono diventare padroni del loro destino!
A Valdagno, a Vicenza, nel Veneto, in tutta Italia studenti ed operai uniti nella lotta”.

La lotta continua? Forse…
ciao
Gianni Sartori

 
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