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Non c'è peggior scuola della "Buona Scuola"

category italia / svizzera | scuola e università | opinione / analisi author Monday November 17, 2014 16:15author by donato romito - Alternativa Libertaria/FdCA Report this post to the editors

In tutte le scuole italiane e on-line si è svolta con un certo disagio la consultazione (non vincolante ovviamente) sul piano governativo ormai noto come La Buona Scuola.

Nella "Buona Scuola" del governo Renzi, la formazione diviene un nuovo settore d'investimento suscettibile di produrre profitto sul piano economico per l'investitore (preparazione e formazione funzionale al mercato = disponibilità di spesa per conseguirla) e al tempo stesso laboratorio di sperimentazione dei criteri di differenziazione sociale.
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NON C'E' PEGGIOR SCUOLA DELLA "BUONA SCUOLA"


In tutte le scuole italiane si è svolta con un certo disagio la consultazione (non vincolante ovviamente) sul piano governativo ormai noto come La Buona Scuola. Non è la prima volta che si fa una consultazione del genere (parodie simili vennero attivate dai ministri Berlinguer, poi la Moratti, poi ancora Fioroni).

Allora, sono quasi 20 anni che assistiamo a tentativi governativi di mettere in atto un processo di devoluzione della scuola della repubblica tale da ridurne i costi a standard compatibili con le politiche di bilancio imposte dalla cultura del debito. Il debito, infatti, si appropria non solo del tempo di lavoro attuale dei salariati e della popolazione nel suo insieme, ma esercita una prelazione anche sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso. E non sfugge la scuola. Quella italiana, poi, come monopolio dello Stato, con una presenza ancillare dei privati, tipica dello Stato liberale, non è più utile da tempo alla riproduzione del sistema di valori che si vuole trasmettere né tanto meno alla struttura produttiva e al mercato del lavoro ad essa funzionale.

I privati devono poter entrare nel settore della formazione non solo per aprire un altro settore all'investimento privato, e quindi al profitto, ma quali migliori e più coerenti portatori dei "nuovi valori". La formazione diviene insomma un nuovo settore d'investimento suscettibile di produrre profitto sul piano economico per l'investitore (preparazione e formazione funzionale al mercato = disponibilità di spesa per conseguirla) e al tempo stesso laboratorio di sperimentazione dei criteri di differenziazione sociale.

Le ragioni per cui il Jobs Act e “La Buona Scuola” si tengono, si ritrovano dunque in alcuni degli aspetti più noti ed evidenti di questi ultimi due decenni:
  • la precarietà permanente, (nel lavoro, nella vita, nelle relazioni sociali e umane);
  • la mobilità sul territorio (sradicamento dal contesto socioculturale in relazione ai bisogni produttivi, soppressione dei luoghi aggreganti attraverso la frammentazione delle strutture produttive);
  • l'individualizzazione del lavoro con assenza di un sistema di sicurezza sociale, diritti attenuati..;
  • la scomparsa della solidarietà, tra gli individui e le generazioni (soppressione delle garanzie di assistenza sanitaria, di pensione,....).
Mentre tutto questo sta(va) accadendo per la notoria perfidia del capitalismo, si avverte a sinistra, con ritardo e qualche imbarazzo, che si è ormai spezzata quell'alleanza tra valore tipicamente illuminista e liberale dell'istruzione laica e statale, dell'educazione tutta borghese alla democrazia e ai valori costituzionali, che poteva rendere possibile un punto d'incontro tra liberalismo e socialismo.

I tempi sono dunque maturi per compiere un ulteriore passo avanti nella trasformazione della scuola della repubblica in scuola aperta alle culture particolari, ai gruppi di tendenza; alle appartenenze confessionali, linguistiche, territoriali, a selezione censuaria in nome dell'autonomia delle scuole del e nel...mercato.

La Buona Scuola cerca di recuperare il tempo perduto a causa della ormai storica opposizione sociale a tali progetti e imprime un'accelerazione del processo senza neanche tanti infingimenti. I Capitoli 5 e 6 del documento governativo sono al riguardo brutalmente eloquenti.

Se la premessa del documento del governo è che il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dalla crisi, ma da una scuola che non forma le persone con le competenze scientifiche richieste dalle aziende, ne discendono prevedibili ricette in salsa aziendalistica.

Il famoso sistema duale all'italiana

Vale a dire alternanza scuola–lavoro obbligatoria negli ultimi tre anni degli istituti tecnici ed estesa di un anno nei professionali, con monte ore di almeno 200 per anno (facendo 50 giorni da 4 ore sono due mesi, che in un ciclo di studi intero fa..., ma guarda un po'!) con partecipazione di docenti tutor appositamente formati. Dalle e nelle aziende, temiamo.

E' prevista la commercializzazione di beni e servizi prodotti dagli studenti e la scuola utilizzerà i ricavi per migliorare l’attività didattica. Come già fanno diversi Istituti Agrari.

L'affascinante formula della bottega-scuola, cioè inserire gli studenti in contesti imprenditoriali legati all’artigianato.
Infine l'apprendistato negli ultimi due anni della scuola superiore.

La didattica laboratoriale (bella definizione, no?, e invece...)

Il piano prevede di potenziare i laboratori di tutte le scuole secondarie superiori a partire dal prossimo anno con l’acquisto di nuovi macchinari (stampanti 3D, frese laser, robot,....), ma non si fa cenno di ripristinare né le compresenze con gli insegnanti di laboratorio (eliminate dalla Gelmini), né le molte ore tagliate negli scorsi anni. Ci vorrebbero 100 milioni all'anno. E chi ce li ha? Per cui è necessario coinvolgere le aziende private. Così Impresa e Scuola co-progettano percorsi di formazione, finalizzati alla produzione, cui saranno collegati incentivi economici, possibilmente eliminando i vincoli burocratici (leggi: controlli democratici) che ne rallentano il processo.

Ricognizione del lavoro che cambia

Prevede la mappatura della domanda di competenze del sistema Paese, orienta i giovani nei settori imprenditoriali del territorio e permette di rivedere ad hoc i curricoli scolastici.

Insomma, la scuola appare come funzionale solo alla creazione di lavoratori e non alla formazione dei cittadini. Si prevede un forte intervento, fiscalmente incentivato, di imprese e fondazioni private che diventano protagoniste della “filiera istruzione-orientamento al lavoro”. E' il tentativo neanche tanto celato di sfruttare la forza lavoro gratuita dei giovani riducendo il costo del lavoro per le aziende.

Dove sono le risorse?

Poiché, come dice il piano del governo, “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” (pag.124), intervengono le risorse private che “possono contribuire a trasformare la scuola in un vero investimento collettivo” (pag.124). Ma, per fare ciò le scuole devono diventare Fondazioni, così in tal modo potranno gestire le risorse provenienti dall’esterno (la ex-sottosegretaria Aprea dei governi di centro-destra potrebbe chiedere il copy-right ma no,....sarà contenta!!).
Le aziende che investiranno nella scuola avranno sconti fiscali e manodopera a costo zero grazie alla alternanza scuola–lavoro, alla bottega-scuola per inserire gli studenti nell’artigianato ed all'apprendistato negli ultimi due anni. Sono previsti anche School Bonus fiscali per le imprese e le fondazioni e School Guarantees, sorta di bonus elargiti se l’investimento nella scuola crea occupazione giovanile.

Ma non manca la finanza creativa con il Crowdfunding favorendo forme di microcredito da parte di singoli cittadini (ad es. i genitori), attraverso raccolte di fondi e collette (già oggi scaricabili nella dichiarazione dei redditi); oppure con il Matching Fund, un meccanismo per il quale per ogni euro messo dai cittadini, lo Stato ne metterà a disposizione un altro; ed infine i Social Impact Bond, un meccanismo di finanziarizzazione delle risorse per la scuola. Swaps per la scuola dell'autonomia!?

Così buonanotte all'obbligo costituzionale al diritto allo studio. Si scaricano i costi sulle famiglie. Si conta sul finanziamento dei privati in cambio di sconti fiscali e lavoro gratuito e su modelli di finanza creativa, tanto pericolosa quanto ancora piena di nulla.

Questo accesso dei privati nella formazione richiede però che, eliminando contrappesi e collegialità, sia ri/costruita la gerarchia interna necessaria alla scuola dell'autonomia con potere d'impresa. I capitoli precedenti che riguardano l'organizzazione del lavoro e della retribuzione meriterebbero dunque una trattazione specifica.

Ce n'è abbastanza da scatenare una mobilitazione di massa per tentare di sottrarre ancora una volta la scuola della repubblica ad un ridimensionamento più volte tentato ed ogni volta in parte arginato. Tra i movimenti anti-frana, che cercano di salvare dal dissesto scientemente perseguito alcune delle meritevoli -con tutte le contraddizioni- istituzioni del paese, ci manca ora e tanto quello che per mezzo secolo ha costruito, difeso e lottato per un'altra scuola possibile, laica, egualitaria, di eccellenza, che si prende cura di tutt* e di ciascun* secondo le sue possibilità.

Donato Romito

* Articolo pubblicato sul n°173 del mensile libertario "Cenerentola", Bologna novembre 2014, www.cenerentola.info.

Risorse bibliografiche

"Micromega", n°6/2014, Roma agosto 2014
"Il programma minimo dei comunisti anarchici", Quaderni di Alternativa Libertaria, Firenze 1998
"Unicobas", giornale della Confederazione di Base Unicobas, n°75, Roma ottobre 2014
Buona Scuola per chi? - a cura de “Il Sindacato è un'altra cosa-Opposizione CGIL in FLC”, Toscana ottobre 2014
labuonascuola.gov.it

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