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La sconfitta strategica di Recep Tayyip Erdoğan

category grecia / turchia / cipro | la sinistra | stampa non anarchica author Friday June 19, 2015 16:28author by Sungur Savran - The Bullet Report this post to the editors

Così finalmente, nonostante tutti i meandri, le vie laterali e le deviazioni della storia, la logica delle lotte sociali ha finalmente impresso la sua impronta sulla politica della Turchia. La clamorosa sconfitta di Recep Tayyip Erdogan e del suo Akp alle urne nelle elezioni generali del 7 giugno in Turchia, mette allo scoperto una perdita di peso politico da parte di Erdogan a seguito dei successivi rovesci che ha subito negli ultimi due anni da parte delle masse e, in parte, dai suoi alleati di un tempo. [English]

Due anni fa quasi lo stesso giorno, le masse scesero per le strade in tutta la Turchia per chiedere le dimissioni del governo Erdogan, che era allora primo ministro, protestando non solo contro il progetto di demolizione del Parco Gezi nel centro di Istanbul per costruirvi un centro commerciale, ma ancora di più per protestare contro la generalizzata soppressione delle libertà e contro la politica settaria e guerrafondaia della Turchia in Siria. La ribellione popolare che ne seguì durò da giugno a settembre, venne ferocemente repressa dalla polizia sotto la spinta esplicita del primo ministro stesso, ma ha lasciato Erdogan in un mare di guai e col fiato corto. A seguito della rivolta e delle tattiche brutali adottate per reprimerla, Erdogan ha perso di credibilità presso i suoi ex-alleati e partners, indebolendosi nel suo ruolo di garante della stabilità economica e politica per il capitalismo turco.

Serhildan, l'intifada kurda

Solo un anno dopo la rivolta popolare scatenatasi a Gezi, nel mese di ottobre 2014, è stata la volta dei curdi a sollevarsi in quello che viene chiamato col termine serhildan in kurdo, che corrisponde a intifada. Il fattore scatenante questa volta erano i fatti della Rojava, il Kurdistan siriano o occidentale, che aveva guadagnato l'autonomia nel 2012 dal regime Baath. Kobane, uno dei suoi tre cantoni, è stato attaccato dall'ISIS, l'organizzazione che ha dichiarato l'improvvisato Stato Islamico in zone della Siria e dell'Iraq, sotto l'auto-nominatosi califfo al Baghdadi. A causa della sua settaria lotta sunnita contro quello che considera un regime alevita, Erdogan ha perseguito una velenosa ostilità contro il regime siriano, sostenendo tutti i tipi di movimenti fondamentalisti, tra cui il ISIS. E quando l'ISIS stava attaccando Kobane, ha fatto l'immenso errore di lanciare una sfida ai curdi, dicendo: "Kobane è sul punto di cadere." Quella stessa notte milioni di curdi erano fuori per le strade delle città curde della Turchia. La tranquillità venne ristabilita nella regione solo dopo una settimana e solo per volere del movimento curdo, accompagnata da un appello rapidamente preparato da Abdullah Ocalan, il leader del PKK in carcere.

Due ribellioni popolari all'interno di un intervallo di un anno dovrebbero essere un motivo sufficiente di preoccupazione per qualsiasi leader politico. Tuttavia, la storia ha tenuto in serbo per Erdogan una sorta di sovrappiù. Il soggetto che era mancato in tutto questo finora era la classe operaia. Le componenti di questa classe erano state fortemente rappresentate a Gezi, ma non senza portare avanti rivendicazioni di classe con i metodi propri del proletariato. Gezi era dunque un movimento popolare interclassista che non aveva un'impronta proletaria. Tra Gezi e lo serhildan di Kobane, c'è stata nel maggio 2014 la tragedia Soma, un massacro spacciato per "incidente sul lavoro" in una zona mineraria nella regione dell'Egeo, in cui 301 lavoratori hanno perso la vita. Questa tragedia aveva portato con forza la questione di classe all'ordine del giorno. Il modo insensibile in cui Erdogan e il suo governo hanno gestito tutta la vicenda ha alimentato la rabbia popolare. Ma ancora più importante è la lotta in corso nell'industria metallurgica. Il governo aveva vietato lo sciopero legale di 15 mila lavoratori metalmeccanici nel gennaio di quest'anno, con il ridicolo pretesto di pericoli per la 'sicurezza nazionale'. Tuttavia, i metalmeccanici si sono vendicati, mettendo in atto questa volta uno sciopero selvaggio che ha portato decine di migliaia di lavoratori in lotta da metà maggio in poi, proprio alla vigilia delle elezioni. Questo movimento non era contro il governo di per sé, ma piuttosto era contro un sindacato giallo fatto di gangsters e sostenuto da tutti i governi dai tempi del regime militare del 1980 e contro l'organizzazione degli imprenditori della metallurgia. Questo sciopero che aveva inasprito l'atmosfera di disagio nel Paese potrebbe aver certamente influenzato i risultati delle elezioni. Più importante sarà l'impatto a lungo termine, qualora la lotta di classe si intensificasse non solo nel settore metallurgico, ma in tutta l'industria.

E ' a questa concatenazione di eventi, che avevano già eroso la credibilità e il prestigio di Erdogan, che si deve la debacle sofferta dal Presidente nelle elezioni 7 giugno. Ciò è confermato dal fatto che è stata la vittoria elettorale del HDP, il Partito della Democrazia Popolare, che ha segnato il destino di Erdogan. HDP è una sorta di avatar del movimento legale curdo che ora comprende una varietà di partiti socialisti turchi e altri gruppi. I partiti curdi di tradizione socialista erano riusciti, nel corso degli anni, a raccogliere solo il 6 % del voto popolare, ben al di sotto di quell' incredibilmente alto 10% quale soglia necessaria per inviare rappresentanti in parlamento, una norma palesemente anti-democratica imposta dal governo militare dei primi anni '80 per mantenere i partiti socialisti e curdi fuori del parlamento. Questa volta il nuovo partito ha ricevuto un pieno 13% del voto popolare, vicino ai 6 milioni di voti in cifre assolute, una valanga vera e propria. Ciò ha comportato una perdita di almeno 50 seggi per l'AKP. Dietro a questi risultati ci sono due fattori principali.

Uno è l'alienazione delle simpatie di ampie fasce della popolazione curda che erano solite votare in passato per l'AKP, questa alienazione è il risultato della insensibilità di Erdogan nei confronti della situazione a Kobane e le sue tergiversazioni per quanto riguarda il cosiddetto 'processo di soluzione', vale a dire i negoziati con il Pkk e Ocalan. L'altro fattore è il fatto senza precedenti che molti turchi della moderna piccola-borghesia o di strati superiori del proletariato, impiegati e dipendenti pubblici, ad esempio, hanno votato per il partito curdo. Questa sezione della popolazione turca è tradizionalmente legata quasi ossessivamente al kemalismo, al laicismo ed alla repubblica ed è, quindi, ostile non solo all'islamismo, ma anche al movimento curdo, che considera essere contro gli interessi di quella che viene ritenuta l 'unità indivisibile' del Paese. Sono state queste persone che hanno fatto crescere i voti per HDP fino ad un livello di oltre il 10 per cento in città come Istanbul e Smirne. Se le sezioni principali di questi strati hanno votato per un partito a maggioranza curda, era perché i partecipanti della rivolta Gezi avevano sperimentato una sorta di epifania, provando su di sè quella repressione crudele a cui il popolo curdo era stato sottoposto per decenni. Così è stato, in termini molto concreti, a seguito della ribellione a Gezi e dello serhildan a Kobane che ha portato al raddoppio dei voti del HDP e la conseguente sconfitta di Erdogan.

La tregua

C'è solo una domanda ancora senza risposta: perché questa sconfitta è giunta dopo così tanto tempo, tanto da permettere ad Erdogan di salire alla presidenza della repubblica lo scorso agosto? La risposta a questa domanda si trova in tre diversi fattori. Uno ha a che fare con la politica delle forze dominanti. Come abbiamo in precedenza sottolineato, la ribellione a Gezi ha distrutto il prestigio di Erdogan presso i governi, sia quelli nazionali che internazionali. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno iniziato a considerarlo come un fattore di instabilità per essere un preziosissimo alleato della NATO. I liberali, di destra e di sinistra, che erano stati il cardine di Erdogan nel sostenerlo all'interno delle componenti laiche della società, sono stati obbligati a prendere le distanze, non avendo lo stomaco per digerire i suoi metodi brutali nel trattare con le folle che protestavano. La Fratellanza Gulen, un potente impero nel campo dell'istruzione, i media, la polizia e la magistratura e un partner della informale coalizione dell'AKP per un intero decennio, lo hanno tradito, aprendo un dossier per corruzione nel dicembre 2013. Eppure, nonostante questo Erdogan era sopravvissuto ed alla fine era stato anche eletto presidente. Questo perché erano stati proprio i suoi nemici di un tempo a salvarlo dalla caduta.

Le forze dominanti tradizionali temevano che la prospettiva di una caduta immediata di Erdogan avrebbe portato sia ad una grave crisi economica che ad una nuova sollevazione delle masse (o entrambi), per cui sono rimaste unite per tenerlo al potere. Queste forze provengono da due ambienti diversi. In primo luogo, ci sono figure di vertice che erano state gettate in prigione e messe sotto processo per aver sobillato un colpo di stato contro il governo dell'AKP in due casi denominati come "Ergenekon" e "Sledgehammer". Spinto in un angolo, il governo dell'AKP aveva raggiunto un accordo con queste forze, che si sarebbero astenute dal manovrare per farlo cadere in cambio del rilascio e dell'assoluzione totale per costoro. L'accordo si era chiuso, però, solo grazie all'intervento di mediazione tra le parti del capo del gruppo capitalista più potente in Turchia, la Koç Holding Company, partner di Ford, di Fiat e di molte altre multinazionali in Turchia. Ora, la famiglia Koç è essa stessa al di là dello spartiacque all'interno della borghesia turca aperto da Erdogan: sono il gruppo più forte dell'ala laico-occidentale della borghesia impegnata in una lotta di potere con la crescente ala islamista, la quale è senza ambiguità favorita da Erdogan. Fu questa alleanza contro natura a dare una tregua temporanea ad Erdogan dopo il terremoto del Gezi.

Il secondo fattore ha a che fare con il fatto che egli ha stabilito un rapporto molto personalistico e carismatico con un settore consistente della popolazione, un settore che è stato generalmente disprezzato dai settori colti e ricchi. Questa impresa non è solo farina del suo sacco. Queste masse hanno ritenuto che il loro stile di vita e la religione fossero stati repressi da una repubblica tenacemente laica ed hanno aggiunto un'avversione culturale ad un'ostilità istintiva di classe nei confronti dello strato superiore della società, tradizionalmente dominante ed occidentalizzato, rappresentato dalla borghesia e dai suoi politici. Erdogan, di origini più umili, gli sembrava fosse uno loro.

La Sinistra

Il terzo fattore sta negli errori del movimento curdo e della sinistra. Per loro diverse ragioni, queste forze non avevano approfittato dell'indebolimento radicale di Erdogan a seguito della rivolta a Gezi. La sinistra socialista, avendo perso ogni fiducia nelle masse, come motore primo della storia, ha relegato la via della ribellione ad una poco credibile fase iniziale a favore invece di una strategia che può essere definita solo come cretinismo parlamentare allo stadio peggiore. Mentre Erdogan era in bilico sull'orlo del precipizio nel dicembre 2013 a seguito delle prove incontrovertibili presentate al pubblico per quanto riguarda la corruzione in cui non solo i suoi ministri, ma egli stesso era stato coinvolto fino al collo, la sinistra preparava grandi strategie per le elezioni locali di fine marzo! Non solo il momento era disastroso, ma si è trattato di un caso classico di affrontare il nemico, dove quest'ultimo è il più forte, cioè in ambito elettorale, per i motivi sopra esposti. E questo in un paese in cui c'era stata una rivolta popolare solo tre mesi prima.

Per quanto riguarda il movimento curdo, ha evitato di unirsi alla ribellione popolare per paura che se Erdogan fosse caduto, il 'processo di soluzione' avrebbe subito una battuta d'arresto. Non si sono resi contro che se fossero diventati parte di una rivolta popolare così grande, sarebbero infatti diventati, come minimo, un attore molto più potente che semplicemente non poteva essere ignorato. La loro paura che l'ala nazionalista turca della ribellione a Gezi avrebbe potuto riportare l'esercito di nuovo al potere, ha mostrato la loro incomprensione totale del potere del popolo.

La politica erronea della sinistra ha concesso ad Erdogan quell'attimo di respiro che gli ha dato la possibilità di salire alla presidenza. Ora l'AKP non può formare un governo da solo, ma è ancora Erdogan che tiene le redini del potere. Userà ogni metro dello spazio che ha conquistato per aggrapparsi al potere e per mantenerlo può anche ricorrere alla guerra contro i curdi o in Medio Oriente. In politica ogni errore ha un prezzo.

Fortunatamente per tutti noi, questa non è l'unica realtà che la Turchia presenta. Per capire che tipo di periodo la Turchia sta attraversando, basta guardare i fatti: la ribellione di un popolo nella parte occidentale del paese nel 2013, la ribellione di un popolo nella metà orientale del paese nel 2014, un massiccio movimento di sciopero selvaggio dei metalmeccanici , ancora in corso, nel 2015. Cos'altro doveva portare la storia per rendere possibile una svolta che avrebbe condotto le masse operaie e gli oppressi al potere? Quando ciò accade, è il caso di guardarsi indietro e dire: "Ben scavato, vecchia talpa!".

Sungur Savran
The Bullet

Traduzione a cura di Alternativa Libertaria/FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali

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