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I CURDI OPPRESSI SIA DA ANKARA CHE DA TEHERAN

category grecia / turchia / cipro | lotte indigene | cronaca author Sunday July 22, 2018 16:24author by Gianni Sartori Report this post to the editors

I Curdi, popolo oppresso, regolarmente perseguitato dagli stati turco e iraniano...(e non solo)

I Curdi: oppressi sia da Ankara che da Teheran
(tre interventi di Gianni Sartori)

1)

TRA PULIZIA ETNICA E REPRESSIONE, AFRIN LANGUE SOTTO L'OCCUPAZIONE MILITARE TURCA
(Gianni Sartori)

La denuncia proviene da GfbV (Gesellschaft fur bedrohte Wolker) associazione nota per i suoi interventi in difesa dei popoli minacciati. Si basa principalmente sulla relazione dell'esperto dell'organizzazione tedesca per il Medio oriente, Kamal Sido (originario proprio di Afrin).
Nel suo comunicato-stampa GfbV ha smascherato le atrocità compiute dall'esercito turco e dalle milizie mercenarie nella città di Afrin sotto occupazione. Segnalando anche l'interdizione della lingua curda, una sistematica politica di arabizzazione e di forzata islamizzazione.
Mentre Trump e Putin discorrevano amabilmente a Helsinki del conflitto siriano 8e di come spartirsene le spoglie), nella regione curda occupata il loro sodale Erdogan procedeva nell'opera di quello che eufemisticamente viene definito “cambiamento demografico”. Ma visti i metodi adottati (eliminazione fisica, espulsione...) si dovrebbe parlare semplicemente di pulizia etnica nei confronti della popolazione caduta sotto il giogo delle truppe di Ankara.
Scomparsi ogni simbolo e ogni scritta curdi e – ovviamente - vietate le lezioni in lingua curda nelle scuole, viene gradualmente imposta anche la sharia. Mentre le donne non osano più uscire senza il velo, si nota la diffusa presenza di uomini con lunghe barbe e anche di donne coperte dal burqa.
Per yazidi e alawiti (considerati alla stregua di “eretici”) è diventato praticamente impossibile continuare a vivere in tale contesto. Scomparsa anche la piccola comunità cristiana (un migliaio di persone) che abitava in città.
I dati raccolti da militanti curdi indicano come soltanto nelle prime due settimane di luglio siano avvenuti oltre 120 sequestri di persone e almeno sette uccisioni, oltre a decine di saccheggi nei confronti delle proprietà e dei campi dati alle fiamme. Quanto alle proprietà curde, vengono regolarmente confiscate e consegnate a coloni arabo-sunniti.
Nella prima settimana di luglio il Dipartimento giuridico del soidisant Consiglio locale di Afrin - messo in piedi dalle forze di occupazione - ha emesso un ordine per cui tutti gli abitanti dovranno sottoporre a tale Dipartimento ogni loro atto di proprietà immobiliare. Verrà quindi esaminato e sottoposto a procedure legali (di conferma o di esproprio dell'immobile, si presume).
E questo nonostante gran parte degli abitanti di Afrin siano ancora - di fatto - dei desplazados (profughi interni) provvisoriamente collocati nei campi di Shahba, Aleppo, Kobane e Al Cazira. E' facilmente prevedibile che gli oltre 250mila curdi che hanno dovuto lasciare Afrin, non avranno più alcun titolo per reclamare i loro beni.
Per l'avvocato Khaki Ghbari un paragrafo di questo nuovo regolamento sarebbe particolarmente ambiguo e pericoloso, anche se confrontato con l'analoga legge n° 10 emessa dal regime siriano per consentire l'esproprio dei beni degli espatriati. Questa legge almeno garantiva all'interessato un adeguato lasso di tempo per fornire prove in merito alle sue proprietà.
Ma in fondo – dal punto di vista della violazione dei Diritti umani – questa è solo la “punta dell'iceberg”. E infatti Khaki Ghbari aveva chiesto ufficialmente l'applicazione delle norme per garantire protezione internazionale agli abitanti di Afrin, in quanto la città curda sarebbe “sottoposta a una pericolosa occupazione da parte di militari, mercenari e terroristi”.
Dal 18 marzo, da quando la regione curda nel nord della Siria è stata invasa dall'esercito turco e dalle milizie islamiste, più di tremila curdi sono stati sequestrati e di oltre settemila non si hanno notizie, tanto da poterli ormai considerare desaparecidos. Bisogna poi considerare come in numerose famiglie che hanno già subito aggressioni prevalga il desiderio di anonimato per evitare ritorsioni e ulteriori violenze.
Come è noto, con l'esercito turco nella regione curda sono approdati, a decine di migliaia, gli islamisti radicali arabi in veste di coloni. Pesantemente armati, godono della copertura di Ankara nella loro opera di terrorismo (uccisioni, torture, saccheggi...) nei confronti della popolazione civile curda. Metodi e stile che ricordano – sia detto per inciso - quelli delle milizie cristiano-maronite (integrate da neofascisti europei, anche italici) all'epoca dell'invasione del Libano da parte di Israele nel 1982, conclusasi con i massacri di civili nei campi profughi dei palestinesi. Stessa copertura da parte dell'esercito regolare, stesso lavoro sporco appaltato ai mercenari.
Gianni Sartori

2)

SOLIDARIETA' AI PRIGIONIERI POLITICI CURDI IN IRAN

(Gianni Sartori)

Risale al 2 luglio il gesto disperato di Marjan Behrouzi, la mamma di Hedayat AbdullahPour, prigioniero politico curdo arrestato due anni fa e condannato a morte in Iran.
Un evento – a mio avviso - che non ha trovato adeguato risalto sui media
Marjan si era cosparsa di liquido infiammabile (benzina, presumibilmente) per immolarsi davanti all'ufficio del governatore di Shenoy. Il suo atto estremo venne però bloccato dall'intervento di alcune persone che avevano visto quando stava accadendo.Qualche giorno prima, il 30 giugno, era stato arrestato dai servizi di sicurezza nella sua abitazione anche Farhar, fratello di Hedayat. E' accusato di aver collaborato con un partito dell'opposizione clandestina curda. Stando alle dichiarazioni di un familiare, dopo aver subito brutali torture, Farhar sarebbe stato trasferito in un commissariato di Oroumieh. Inoltre anche Abu Bakr, padre dei due prigionieri politici, era stato sottoposto a interrogatori e maltrattamenti.
E tutto questo avrebbe alimentato la comprensibile disperazione della madre.

Hedayat AbdullahPour era stato arrestato nella città di Oshnavieh (in curdo: Sino) e accusato, sostanzialmente senza prove, di fare attività di propaganda per un partito clandestino di opposizione, di appoggiare i guerriglieri curdi del PJAK * e anche di aver preso parte a scontri con i pasdaran (guardiani della rivoluzione islamica). L'accusa di legami con la guerriglia curda viene utilizzata abitualmente dalle forze di sicurezza iraniane come pretesto per arrestare qualsiasi attivista curdo, sia o meno effettivamente legato a qualche organizzazione clandestina.
In aprile un altro militante curdo era stato condannato a morte, nel processo di appello, dalla Corte suprema di un Tribunale Islamico Rivoluzionario.
Al momento della seconda condanna il ventiquattrenne Ramin Hisen Penahi - arrestato con l'accusa di far parte dell'organizzazione Komala** e di “lottare contro il governo islamico” - era ancora in sciopero della fame (da gennaio) per protestare contro la prima.
Rimasto ferito in una imboscata tesa dai pasdaran a un gruppo di quattro militanti (unico sopravvissuto all'agguato, al momento della cattura non era nemmeno armato), Ramin Penahi venne poi torturato. Con la possibilità di vedere il suo avvocato soltanto una volta, brevemente e alla presenza di agenti. Il suo processo era durato soltanto un'ora.
Anche la madre di questo prigioniero politico curdo si era mobilitata per la salvezza del figlio. In maggio aveva rivolto un appello a Federica Mogherini – rappresentante UE per la politica estera e la sicurezza – affinché l'unione Europea intervenisse per protestare contro l'esecuzione, (con la data già stabilita) di Ramin.

Aveva scritto: “Questa è la lettera di una madre da un piccolo comune nel Kurdistan iraniano. Una madre il cui cuore ogni giorno si riempie della paura che una parte del suo cuore venga giustiziato. Capisce cosa significa?
Sono una madre con un cuore in fiamme. Da tre anni non c’è sollievo. Da lunghi anni sostengo i miei figli che parlano di legalità e giustizia. Ma qui tutto è vietato. Quello che vivo oggi ricorda l’inferno.
Sono sicura che avrà sentito il nome di Ramîn Hisên Penahî. Perfino se Ramîn dovesse aver fatto un errore, la sentenza contro di lui non può essere un’esecuzione. Ho ragione con quello che dico? Ramîn è un attivista politico. Vogliono giustiziarlo perché hanno costruito un sistema della menzogna. Vorrei che Lei incontrasse i responsabili in Iran e fermi l’esecuzione di Ramîn. L’Iran deve essere condannato davanti alla Corte di Giustizia Europea. Per via di mio figlio piccolo Ramîn ogni giorno è un peso per me. Si metta nella mia condizione. Faccia qualcosa per impedire questa catastrofe. Sono certa che Lei possa fare qualcosa. Vorrei che si impegni seriamente per fermare questa decisione. Non permetta che Ramîn venga giustiziato.“

Ogni commento sarebbe superfluo e fuori luogo.

Gianni Sartori

*nota 1: il PJAK (Partito della vita libera in Kurdistan; in curdo Partiya Jiyana Azad a Kurdistane) è un'organizzazione che opera, anche con l'autodifesa armata, nel Rojhelat (i territori curdi sotto l'amministrazione iraniana). Viene considerato legato al PKK e fa parte dell'Unione delle Comunità del Kurdistan

** nota 2: Komala (“Società”) è un'organizzazione curda la cui origine risale al 1969. Il suo nome completo è Komeley Sorrisgerri Zehmetkesani Kurdistan Eran (KSZK, Società dei lavoratori rivoluzionari del Kurdistan).

Nacque nel 1968 (con un impianto ideologico marxista-leninista, inizialmente maoista) come movimento di opposizione alla monarchia persiana e per difendere la popolazione curda. Venne duramente represso dalla Savak. Con la rivoluzione iraniana, si trasforma in partito politico, laico, opponendosi al referendum per l'istituzione di una repubblica islamica. Dotato di una forza di autodifesa armata, attiva soprattutto nella provincia di Sanandaj, nel 1982 contribuisce alla ricostituzione del partito comunista dell'Iran. Ne prenderà le distanze nel 2000 con la nascita dell'Organizzazione rivoluzionaria del popolo del Kurdistan.

3)

MERYEM FERECI TORTURATA E ASSASSINATA
(Gianni Sartori)

Purtroppo le peggiori ipotesi sulla sorte Meryem Fereci, studentessa curda di 33 anni, da oltre una settimana desaparecida a Teheran, hanno trovato tragica conferma. Con ogni probabilità, sequestrata e torturata, è stata poi eliminata in una operazione di “guerra sporca” da manuale.
I primi timori per la sua vita risalivano ormai a nove giorni fa, quando non era più rientrata a casa.
Ovviamente si era subito pensato che fosse di nuovo in mano alle forze di polizia.
Come aveva ricordato il suo avvocato, la giovane curda era stata condannata a tre anni di carcere dal tribunale Rivoluzionario per aver partecipato a manifestazioni di protesta alla fine del 2017 e agli inizi del 2018.
Dapprima detenuta, recentemente le era stata concessa la “libertà vigilata” con l'obbligo di recarsi ogni giorno a firmare in un commissariato. Possiamo immaginare cosa sia accaduto, magari proprio all'interno del commissariato: lei donna, curda, dissidente...in balia degli aguzzini in divisa.

Il corpo di Meryem, bruciato (anzi carbonizzato, presumibilmente per rendere difficile l'identificazione, mascherare i segni delle violenze, forse di uno stupro) stando già ai primi rilievi presentava segni di tortura. Sarebbe stato ritrovato dalla polizia soltanto sabato 14 luglio, almeno ufficialmente.
Il riconoscimento del cadavere è stato reso possibile soltanto con il test del DNA.
A darne la notizia, l'associazione che promuove la “Campagna di Difesa dei Diritti dei prigionieri”. Appare evidente che siamo di fronte all'ennesima violazione dei diritti umani e del Diritto dei popoli da parte del regime iraniano.
Gianni Sartori

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