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EUSKADI TA ASKATASUNA, una storia lunga sessanta anni

category iberia | lotte indigene | altra stampa libertaria author Saturday May 20, 2017 06:08author by Gianni Sartori Report this post to the editors

Probabilmente la vicenda dell'organizzazione basca ETA va verso la sua conclusione, dopo sessanta anni.
Rimangono tuttavia molti interrogativi sul futuro dei Paesi baschi; e anche sul passato, per esempio sulle violazioni dei diritti umani operate dallo stato spagnolo (tortura, esecuzioni extragiudiziali, squadre della morte, desaparecisos...).
Sempre aperta, oltre a quella dell'indipendenza, la questione del socialismo (bietan jarrai: continuare con entrambi, stava scritto sotto l'ascia con il serpente)

EUSKADI TA ASKATASUNA: PAESE BASCO E LIBERTA'

(frammenti, parziali, della lotta per l'indipendenza condotta dalla sinistra abertzale basca)

Premessa.
Alla fine del secolo scorso, mentre cadevano frontiere in Europa e all'Est erano già caduti muri e vecchio ordine, a molti osservatori appariva quanto mai “antistorico” che alcuni popoli cercassero con disperata ostinazione di autodeterminarsi, di rendersi indipendenti. Addirittura, come nel caso dei Baschi, con la lotta armata.
Eppure la Nazione basca non è un'identità inventata a tavolino, fasulla, una copertura di comodo per coprire altri interessi (per capirci: NON è il Katanga o Santa Cruz).
E' una terra ben definita sotto ogni aspetto: storico, sociale, politico, culturale.
E per mezzo secolo la questione basca è stata inscindibile (nel bene e nel male) dall'attività di Euskadi Ta Askatasuna (ETA), organizzazione armata talvolta pericolosamente in bilico tra l'identità di un esercito di liberazione e quella di una banda di desperados.
Senza negare la tragica realtà di una lotta armata che spesso ha assunto connotati feroci (l'Hipercor nel 1987 e Vic nel 1991; l'uccisione di prigionieri inermi come José Maria Ryan Estrada e Miguel Blanco Garrido) va comunque ribadito che non si può ridurre la questione basca a un problema di terrorismo. Anche perché si dovrebbe quantomeno ricordare un altro terrorismo. Quello di Stato che anche dopo la fine della dittatura ha utilizzato metodi ereditati dal franchismo: tortura, deportazioni, esecuzioni extragiudiziali (vedi le varie squadre della morte, di stampo sudamericano, finanziate dal governo: ATE, BVE, GAL). Metodi inaccettabili per uno stato democratico, metodi che hanno contribuito ad alimentare la spirale della violenza.

Per raccontare di ETA partiamo da quella che al momento sembra dover essere la sua fine:

il disarmo totale e definitivo con la consegna delle armi venuta a suggellare una tregua definitiva unilateralmente dichiarata dall'organizzazione armata indipendentista.
E non si può escludere a breve un passo ulteriore: l’autoscioglimento di ETA come organizzazione armata. Pur continuando a lottare, ovviamente con altri mezzi, per l’indipendenza e il socialismo.

Qualche settimana prima Bake Bidea, piattaforma della società civile che promuove il processo di pace in Euskal Herria, aveva organizzato un convegno (“Il disarmo al servizio del processo di pace”) a Biarritz, nel Nord del Paese basco (Ipar Euskal Herria, sotto amministrazione francese). Vi avevano preso parte numerosi esperti e rappresentanti degli “Artigiani della Pace”. Tra questi, le cinque persone arrestate lo scorso dicembre mentre si apprestavano a mettere fuori uso un certo quantitativo di armi di ETA (come concordato con l’organizzazione indipendentista armata).
A circa due anni dalla Conferenza umanitaria per la pace nel Paese Basco e a cinque anni dall’inizio del mandato del governo socialista francese, il Convegno di Biarritz ha rappresentato l’occasione per un bilancio e una riflessione sul ruolo della società civile nel promuovere il processo di pace. Un processo destinato ad avanzare soltanto per l’impegno del popolo basco, non certo per la sostanziale assenza dei governi spagnolo e francese.
A seguito della Conferenza umanitaria, si era costituita una Commissione di giuristi per la pace nel Paese Basco, composta da una ventina di giuristi francesi e baschi, per riflettere sulle possibili soluzioni per la situazione in cui versano i prigionieri politici.
Senza dimenticare un importante precedente: nel palazzo di Ayete, a San Sebastiàn, si era svolta il 17 ottobre 2011 la “conferenza di pace” in cui Euskadi Ta Askatasuna aveva rinunciato formalmente all’uso della violenza.

DUE - TRE COSE CHE SO DELL'ETA

Qualche passo indietro. ETA nasceva ufficialmente nel 1958 (secondo alcune fonti nel 1959, comunque in piena epoca franchista), ma le sue origini risalivano al 1952, l'anno in cui venne pubblicato un bollettino, EKIN (Azione) a cura di alcuni studenti baschi che operavano in clandestinità (per cause di forze maggiore). Inizialmente si limitarono a organizzare brevi corsi di cultura basca. Diversamente da quanto si è scritto in proposito, non furono espulsi dal PNV (che all'epoca semplicemente “se esisteva, non dava segni di vita” come spiegava Julien Madariaga, uno dei fondatori di EKIN). Nel 1958 il gruppo cambiò il nome in Euskadi Ta Askatasuna autodefinendosi “movimento rivoluzionario basco di liberazione nazionale”.

Quanti furono complessivamente i militanti di Eta?
Secondo le stime dello storico Inaki Egana si dovrebbe calcolare tra dieci e quindicimila il numero dei baschi che hanno militato in Eta. Inizialmente, con la diffusa rassegnazione a seguito della sconfitta subita con la Guerra Civile, integrarsi in Eta rappresentava una opportunità per darsi alla macchia. Successivamente sembrò a molti che si stesse entrando in una fase pre-insurrezionale, analoga a quanto avveniva in molte aree del terzo mondo (Algeria, colonie portoghesi, Vietnam...). Una fase successiva era invece legata all'entrata della Spagna in Europa. I cambiamenti avvenuti in Eta riflettevano questa nuova situazione con la ricerca costante di una possibile negoziazione che potesse riconoscere la forza dei due contendenti, ma anche l'impossibilità per entrambi di una vittoria militare (esattamente come nell'Irlanda del Nord). E questa situazione era destinata a rimanere sostanzialmente inalterata almeno fino ai primi anni del nuovo millennio.

Una curiosità: il famoso simbolo, l'ascia con il serpente, era stato ideato dallo scultore Felix Likiniano, anarchico basco che aveva combattuto contro il franchismo nella guerra civile. *

Torniamo ora alle origini.
Dalla fondazione al 1966 l'evoluzione di Eta è cadenzata da quattro Assemblee e da una serie di scissioni.
Con l'Assemblea del 1964 venne definitivamente adottata la denominazione di “organizzazione socialista”. A segnare in maniera indelebile il futuro di Eta sarà soprattutto la V Assemblea, avvenuta in due fasi. La prima si svolse nel 1966 presso la Casa parrocchiale di Gaztelu. Era stata messa a disposizione da Luca Dorronsoro, parroco della chiesa e militante di Eta. La V Assemblea veniva considerato dal MVLN (Movimento Basco di Liberazione Nazionale) come un cardine decisivo per tutta l'evoluzione successiva.
Vi fu un acceso contrasto tra fazioni in merito alla “questione operaia” e su come coniugare lotta di liberazione nazionale con lotta di classe.
La seconda parte della V Assemblea si svolse nel 1967 a Getaria, durante la Settimana Santa, nella Casa di Esercizi Spirituali. Per cui i cinquanta militanti di Eta vennero scambiati per seminaristi.
Durante questa riunione, oltre che con “una teoria rivoluzionaria marxista”, Eta si attrezzò in maniera definitiva con quelli che vennero denominati i Quattro fronti: politico, culturale, socio-economico e militare.
La presidenza della V Assemblea toccò al giovane Txabi Etxebarrieta, destinato a diventare il primo caduto di Eta nel 1968.
Emanazione del fronte culturale furono il gruppo “Ezdok Amiru” (fondato dallo scultore Oteiza) e le prime Gau Eskolas e Ikastolas.
Nel corso degli anni sessanta (ed essendo la maggior parte dei suoi militanti di estrazione proletaria) Eta si confrontò con i problemi connessi alle contraddizioni sociali e alla ripresa delle lotte operaie sia in Euskal Herria che nella penisola iberica in generale (con la nascita delle CCOO: Commissione operaie). Compiendo ogni possibile sforzo per coniugare in maniera non dogmatica lotta di classe con lotta di liberazione nazionale e arrivando alla creazione di un Fronte Operaio, voluto in particolare da Txabi Etxebarrieta.
Il 7 giugno 1968 la Guardia Civil intercettava due militanti di Eta e nel conflitto a fuoco perdeva la vita la guardia Pardines. Poco ore dopo la G.C. uccideva Etxebarrieta. Migliaia e migliaia di persone in tutta Euskadi gli resero onore mentre l'afflusso di militanti decisi a intraprendere la lotta armata aumentava in maniera impressionante.

IL PROCESSO DI BURGOS
Nell'agosto del 1968 l'Eta uccideva a Irun (Guipuzcoa) Meliton Manzanas, ispettore della Brigata politico Sociale di san Sebastian e noto torturatore.
Il processo che si svolge a Burgos due anni dopo rappresenta nelle intenzioni del regime anche una sorta di rappresaglia per questa azione rivendicata da Eta. Contro nove militanti, giudicati da un tribunale militare, vengono emesse condanne a morte e soltanto una forte protesta popolare che dal paese basco si estende a tutto il continente (ricordo una vivace manifestazione perfino nella “bianca” Vicenza di allora) ne impedirà l'attuazione.

1973: OPERAZIONE “OGRO”

Il 20 dicembre 1973 salta in aria l'auto dell'ammiraglio (“almirante”) Luis Carrero Blanco, presidente del governo, considerato il “delfino” di Franco e simbolo della continuità del regime.
Autori dell'attentato, i membri del commando “Txikia”. Con questa azione Eta portava l'attacco direttamente in territorio nemico causando sconcerto e incredulità tra le alte sfere franchiste che fino ad allora si credevano invulnerabili.
L'anno successivo, 1974, si consumava un'altra scissione interna.
A causa di un diverso modo di intendere la resistenza armata, l'organizzazione si divide tra Eta-pm (politico-militare) e Eta-m (militare).
Nel 1975 le due organizzazioni esprimeranno posizioni contrastanti anche sul ruolo del neonato “Koordinadora Abertzale Sozialista” (KAS), strumento di coordinamento tra le varie organizzazioni della sinistra basca indipendentista.
Mentre per Eta-pm le koordinadora dovevano servire a far nascere un partito rivoluzionario coagulando le varie anime del movimento, per Eta-m dovevano rappresentare l'intera area rivoluzionaria basca, restando un organismo dove le decisioni strategiche e politiche andavano prese congiuntamente.
In seguito Eta-pm perse gran parte del suo prestigio. Il suo partito EIA (Euskadi Iraultzako Alderdia), trasformandosi da “rivoluzionario” in eurocomunista (Euskadiko Ezkerra, EE), era destinato a confluire nel PSOE.
Comunque settori consistenti di Eta-pm (come i commando Bareziak) rientrarono in Eta m.
Nel settembre 1975 vennero fucilati due etarra, Txiki e Otaegi (insieme a tre militanti comunisti del FRAP). Due mesi dopo moriva finalmente Franco e il nuovo governo Suarez presentava un progetto di Riforma Politica sottoscritto dalle Cortes franchiste.
In vista delle elezioni, tutti i gruppi nazionalisti baschi (dal PNV a Eta) si riunirono varie volte a Txiberta per affrontare insieme la nuova situazione.
Tuttavia il progetto unitario era destinato a fallire anche a causa dei contatti con il governo mantenuti sia dal PNV che da Eta pm.
Alle elezioni la sinistra abertzale praticò l'astensionismo mentre nelle strade di Euskal Herria si manifestava a favore dell'autonomia.
Nel giugno del 1977 (mese di elezioni) si registrò un incremento dell'attività di Eta: 34 azioni in 11 giorni.
In Bizkaia inizia ad agire contro la centrale di Lemoiz con una serie di sabotaggi (ma provocando anche, se pur involontariamente, una decina di vittime nel corso degli anni successivi).
La Costituzione approvata con referendum nel 1978 venne sostanzialmente rifiutata nel paese basco.
Eta tenne in questi anni diverse “Biltzar Nagusi” (congressi) per consentire ai militanti di partecipare attivamente alle scelte politiche e strategiche dell'organizzazione e per eleggere il “Biltzar Ttipia”, la dirigenza di Eta: otto militanti in rappresentanza di altrettanti settori (Informazione, Propaganda, Comandos legali, Comandos illegali, Economia, Relazioni internazionali, Ufficio politico e Mugas- Frontiere) ognuno dei quali avrebbe dovuto operare in piena autonomia.
E intanto anche la repressione si andava riorganizzando. Con la morte di Argala (José Miguel Benaran), assassinato il 21 dicembre 1979 riprendeva l'azione di squadre paramilitari, sul libro paga di Madrid, in Iparralde (Paese basco del nord, sotto amministrazione francese).
Il 1979 era stato caratterizzato da un incremento dell'attività dei gruppi armati baschi (oltre a Eta-m e Eta-pm anche i Comandos Autonomos) arrivando a un totale 136 azioni (con 71 vittime: tra cui 21 GC, 16 informatori, 11 poliziotti e altrettanti membri dell'esercito). Nel 1980 le vittime dei gruppi armati baschi furono circa 80.
Il 1981 sarà l'anno del tentativo di colpo di stato da parte di settori della G.C. e dell'esercito, golpe fallito solo in parte in quanto nel Paese basco la repressione si inasprirà ulteriormente.
Nel marzo 1982 si concluse il progetto di “autonomia” che separava ulteriormente il Paese basco del Sud (Hegoalde) ora diviso un due comunità autonome.
E in questo contesto, a 25 anni dalla sua fondazione, Eta lanciava un appello per la soluzione politica del conflitto.

“Oggi, dopo 25 anni di attività, di perfezionamento e consolidamento dell'organizzazione, Eta e il resto del MLNV, abbiamo raggiunto un livello che dimostra come non siamo disposti a cedere sui punti minimi di difesa dei diritti legittimi del nostro popolo. Sono già otto anni che Eta, dando prova di maturità e onorabilità politica va offrendo ripetutamente e unilateralmente la possibilità di una tregua basata sulla negoziazione dei cinque punti dell'Alternativa KAS. Se l'organizzazione offre questa possibilità è perché siamo perfettamente coscienti che la pace è possibile qui e ora. Però non qualsiasi pace, non la pace dei cimiteri, ma una pace senza vincitori e senza vinti”.

Ma soltanto nel gennaio 1989 si arriverà ai colloqui sul suolo algerino (“Mesa de Argel”, gennaio-marzo 1989) tra Eta e governo spagnolo.
Colloqui che comunque presto risultarono fallimentari.
Nel frattempo un'altra serie di tragedie (vedi l'Hipercor, a Barcellona nel giugno 1987) funestavano il panorama iberico con un aumento dei morti da una parte e dall'altra. Oltre ai circa cinquecento prigionieri baschi rinchiusi nelle carceri spagnole (e un altro centinaio in quelle francesi).
Ormai abbandonata l'ipotesi dell'insurrezione, Eta aveva compreso (come stava avvenendo anche in Irlanda da parte dell'IRA) che una vittoria militare era da considerarsi impossibile. Cercò quindi di agire in una prospettiva chiamata “tactica de conquistas irreversibles” attraverso la creazione di rapporti di forza favorevoli sul piano della negoziazione.
Con gli arresti del 1982 di alcuni dei principali dirigenti, Eta si vide costretta a una sostanziale ristrutturazione interna.
Le azioni armati diminuirono, divenendo negli anni novanta “più selettive” nel tentativo, spiegava in un comunicato di “individuare i punti nevralgici del sistema”.
Tra le vittime: il tenente generale Francisco Veguillas (considerato il “numero 3” del ministero della Difesa; Gregorio Ordonez esponente del Partido Popular; Fernando Mugika Herzog e Francisco Tomas y Valiente, ex presidente del “Tribunal Costitucional” (tra il 1994 e il 1996).

Arriviamo ora al 1997, anno cruciale, determinante per quel “giro di boa” di cui oggi vediamo, forse, la conclusione.

1997: UN ANNO VISSUTO PERICOLOSAMENTE

Risale all'inizio dell'anno una delle fasi più drammatiche per il futuro dell'indipendentismo basco.
La Mesa Nacional di Herri Batasuna veniva accusata e successivamente arrestata per aver diffuso nel febbraio del '96 un video elettorale in cui l’organizzazione armata basca ETA presentava la sua "Proposta di Pace: Alternativa Democratica per il Paese Basco" per mettere fine al conflitto armato tra Euskadi e lo Stato spagnolo. Uno dei membri della Mesa Nacional di Herri Batasuna, Eugenio Aramburu, responsabile del movimento operaio, moriva suicida il 10 febbraio 1997 qualche ora prima dell’arresto. In quei giorni quattro esponenti della direzione di Herri Batasuna, tra cui Joseba Alvarez, si trovavano all’estero con lo scopo di informare l’opinione pubblica internazionale sulla situazione politica nel Paese Basco. Vennero arrestati successivamente a Irun, al momento del loro rientro in territorio “spagnolo”.
L’imprigionamento della direzione di Herri Batasuna, così come gli ostinati "NO" del governo di Aznar a ogni negoziato politico con ETA (negoziati richiesti anche dal PNV, partito maggioritario al Governo Autonomo) avevano destabilizzato totalmente la vita politica basca. Le tensioni politiche aumentavano, gli scontri si moltiplicavano, riprendevano gli attentati e la polizia sparava sulla folla come durante la manifestazione del 15 febbraio a Bilbao. ETA aveva lanciato una proposta di pace, ma il governo di Aznar rispondeva con una “dichiarazione di guerra”.

La Proposta di Pace di ETA

La "Proposta di Pace per il Paese Basco: Alternativa Democratica" presentata dall’ETA si basava su due differenti punti fondamentali di negoziato: uno riguardava l’ETA e il Governo spagnolo, l’altro tutti i cittadini baschi. Per avviare un processo democratico reale, ossia con la libertà di scegliere tra tutte le possibilità politiche, compresa l’indipendenza. L’obiettivo della negoziazione politica tra ETA e lo Stato spagnolo era quello di ottenere il riconoscimento del Paese Basco, premessa indispensabile affinché questo processo fosse veramente democratico. Nelle intenzioni di ETA, le decisioni ultime spettavano solamente alla società basca perché era “l’unica che può legittimamente stabilire in merito ai diversi problemi che riguardano i cittadini baschi, come la politica linguistica, quella economica, lo sviluppo del territorio, le istituzioni ecc. Per arrivare a questo è necessario che sindacati, associazioni, movimenti, partiti politici, istituzioni, ossia tutta la società basca, partecipino a questo processo democratico”.

Sottintendendo, che se lo Stato spagnolo avesse accettato di riconoscere al Paese Basco il suo diritto all’autodeterminazione e alla sua integrità territoriale, ossia la riunificazione tra Vascongadas e Navarra (e questo non significava automaticamente l’indipendenza) ETA avrebbe annunciato un "cessate il fuoco". Impegnandosi ad adattare la sua azione politica alle circostanze, senza rinunciare a lottare per i suoi obiettivi strategici (l’indipendenza di Euskadi e una società basata sulla giustizia: Bietan Jarrai) ma con altri mezzi, ossia abbandonando la lotta armata.
Con il senno di poi, una grande occasione perduta.

Sempre nel 1997 si assisteva in tante città europee a spettacolari azioni dimostrative a sostegno dei prigionieri politici baschi. Gruppi di militanti baschi occuparono le sedi di alcuni consolati e ambasciate spagnoli (anche a Roma). Ancora l'anno precedente, nel settembre 1996, in tutte le principali capitali d’Europa si erano tenuti scioperi della fame dei parenti dei prigionieri. Altri scioperi della fame, a staffetta, si erano svolti nelle quattro principali città basche, in chiese messe a disposizione dei familiari.
Per rompere il muro di omertà e disinformazione che copriva le lotte dei prigionieri baschi rinchiusi nelle "carceri di sterminio". Un solo esempio: il drammatico sciopero condotto nella prigione Salto del Negro (Las Palmas de Gran Canaria) nel 1992. Dopo un mese di sciopero della fame, verso la fine di maggio, i detenuti iniziavano anche lo sciopero della sete ed immediatamente scattava la reazione del governo madrileno.
Madrid temeva di doversi confrontare con altri casi come quello del basco Crespo e dell'andaluso Sevillano (due prigionieri militanti dei GRAPO morti in huelga de hambre rispettivamente nel 1981 e nel 1990) proprio durante i festeggiamenti per le Colombiadi. I detenuti vennero fissati ai loro letti, legati mani e piedi (come riuscirono a documentare fotograficamente altri detenuti), impossibilitati a muoversi, alimentati a forza con il siero attraverso flebo e cannule. Ma neanche questa ennesima violazione dei Diritti Umani (Amnesty International ha definito l’alimentazione forzata una forma di tortura) riuscì a scuotere il torpore e la complicità dell’informazione, sia in Spagna che in Europa. Di un ennesimo sciopero della fame di amici e familiari dei prigionieri politici, conclusosi all’inizio di aprile 1997, avevo parlato con i diretti interessati. Si trattava di otto persone (tra le quali Juan Cruz Aldasoro, sindaco di Etxarri- Aranats) che, dal 17 febbraio, avevano digiunato per sei settimane nel seminario di Irunea (Pamplona), poi ricoverate nell’Hospital de Nafarroa per superare le conseguenze del prolungato digiuno. Dalla propria esperienza hanno potuto intuire "quanto deve essere duro portare avanti uno sciopero della fame all’interno del carcere" ricordando che “nelle carceri anche quando lo sciopero non giunge alle estreme conseguenze, gli effetti sono spesso devastanti per la salute dei detenuti”. Infatti i prigionieri non venivano ricoverati in ospedale e non veniva garantito un periodo di cure per recuperare.
Una conferma di cosa rappresentassero ancora negli anni novanta ETA e i suoi militanti per una larga parte del popolo basco si era avuta domenica 30 marzo 1997 durante i funerali di Josu Zabala, "Basajaun". Mentre la folla sembrava straripare dalla piazza di Etxarri, era inevitabile ricordare gli onori funebri resi ad altri militanti di ETA come Txomin Iturbe (rifugiato in Algeria e qui morto in un misterioso incidente stradale) il cui feretro venne accolto da una vera moltitudine. E rivedevo anche il livido corteo sotto la pioggia di settembre (nel 1993) che accompagnava "Anuk" (Xabier Kalparsoro) per le strade di Zumaia. Ad un certo punto cominciò a rallentare per fermarsi davanti alla casa dell’anziana nonna inferma di Anuk; per un attimo scorgemmo la donna sporgersi dalla finestra. Anuk era stato prima sequestrato e sottoposto a narcoanalisi, poi nuovamente sequestrato e scaraventato dal terzo o quarto piano di un commissariato (in stile Pinelli).
Così a Etxarri-Aranatz per Basajaun. Il corteo funebre con la bara avvolta nel drappo di ETA (un’ascia con un serpente attorcigliato) transitava davanti a migliaia di persone che sventolavano centinaia di bandiere basche. I pugni chiusi si sollevavano insieme alle grida ("Gora ETA militarra") per onorare un altro figlio del popolo basco caduto nella lotta per l’indipendenza e il socialismo. Molti partecipanti erano giunti a piedi, dopo aver lasciato le auto nelle località vicine, a causa dei posti di blocco della Guardia Civil.
L’arrivo del feretro nella piazza, verso le sei di sera, era stato preannunciato dal suono ancestrale della txalaparta, antico strumento ideato probabilmente proprio per accompagnare l’ultimo viaggio dei morti. Gli amici avevano ricordato che "le sue principali ragioni di vita erano l’euskara, la montagna e la libertà di Euskal Herria, ciò per cui ha dato tutto quello che aveva, arrivando a dare la sua stessa vita". Dopo la lettura di un messaggio del suo amico e compagno di lotta Inaki Canas, al momento in carcere, era intervenuto un esponente di Gestoras pro-Amnistia. "Tutto quello di cui siamo attualmente a conoscenza -aveva gridato- ci conferma che la Spagna ha voluto ammazzare Josu". Aggiungendo che "la nostra organizzazione esige che la Guardia Civil, la polizia spagnola e tutti coloro che le appoggiano lascino il paese basco perché con i loro metodi non sono altro che una interferenza e un impedimento alla costruzione di un autentico processo democratico in Euskal Herria". Era poi intervenuto Arnaldo Otegi dichiarando che la vita e la morte di giovani come Josu Zabala dimostrano che non esiste possibilità per lo stato di riuscire a estirpare quella che ha definito "l’organizzazione basca più amata", chiaro riferimento a ETA. A suo avviso la carcerazione per gli esponenti della Mesa Nacional di Herri Batasuna, le torture inflitte a Elejalde e ora l’uccisione di Josu Zabala sono la prova di un preciso progetto dello stato di eliminare l’indipendentismo; ma questi fatti hanno anche riconfermato che "Euskal Herria è disposta a lottare e a conquistare la sua indipendenza". Prima di accompagnare fino al luogo della sepoltura la bara del militante abertzale, i presenti avevano intonato Eusko Gudariak, l’inno dei Gudaris (i combattenti baschi antifascisti), lo stesso che nel settembre del 1975 Txiki intonò davanti al plotone d’esecuzione.

Inevitabile qualche considerazione su come da allora molte cose siano cambiate: le Gestoras pro Amnistia sono state illegalizzate e così l'organizzazione che le aveva sostituite, Askatasuna. Ugualmente messe fuorilegge prima Herri Batasuna e poi Batasuna; così come Jarrai, Segi, Senideak... Quanto a Otegi è stato incarcerato per molti anni anche per questo suo intervento.

Con la morte di Josu Zabala, assassinato, riaffiorava lo spettro della "guerra sucia", forse ora condotta direttamente dalle forze di polizia e non subappaltata a mercenari e affini (come avveniva con ATE, BVE e GAL). Questa era anche l’opinione dell’organizzazione ANV (Azione Nazionalista Basca) che con un comunicato esprimeva tutta la sua rabbia per "questa nuova vittima della guerra sporca. Vi sono sufficienti elementi per dichiarare che gli assassini di Josu Zabala sono gli stessi responsabili della morte di tanti e tanti cittadini baschi, come Joxean Lasa, Joxi Zabala, Lutxi Urigoitia, Mikel Zabalza, Gurutze Iantzi...".

L'assassinio di un ostaggio inerme

Luglio 1997: sicuramente uno dei momenti più drammatici nella tormentata storia di Euskal Herria, anche in un anno così pieno di avvenimenti come il 1997.
Erano i giorni immediatamente successivi a una delle azioni più assurde e crudeli compiute da ETA, l’assassinio di un ostaggio inerme, il consigliere comunale del PP Miguel Angel Blanco Garrido. E intanto all’orizzonte si profilava la scadenza del processo contro l’intera Mesa Nacional di Herri Batasuna, il partito indipendentista basco accusato di collaborare con ETA.
Il governo del fascistoide Josè Maria Aznar sembrava intenzionato a “capitalizzare” fino in fondo l’operato di ETA e la richiesta di pena di morte per gli “etarras” veniva formulata da filosofi e accademici (Gustavo Bueno proponeva addirittura di riesumare il “garrote vil”).
Da parte mia, per quanto turbato da quanto stava accadendo, ritenevo di dover comunque ascoltare anche l’altra campana, quella di Herri Batasuna. Avevo quindi incontrato Gorka Martinez, responsabile delle relazioni internazionali e membro della Mesa Nacional. In questa veste Gorka era stato recentemente incarcerato, poi liberato su cauzione e rischiava una decina di anni di carcere. Il processo all’intera Mesa Nacional di HB stava per cominciare (6 ottobre 1997) e come è noto si concluse con pesanti condanne. Ricordo che in seguito, tra il 1997 e il 2000, l’esponente abertzale verrà incarcerato varie volte (sia come membro della Mesa Nacional che in seguito come esponente dell’Ufficio esteri di HB) ammalandosi gravemente. È morto per un tumore all’inizio del 2002.

Alla mia domanda su quale fosse la posizione di Herri Batasuna di fronte all'uccisione di Miguel Angel Blanco, Gorka rispose che “
ovviamente non ci rallegriamo per la morte di nessuno e comprendiamo pienamente il dolore dei familiari, proprio perché in quanto militanti abertzale [sinistra patriottica] da anni sperimentiamo sulla nostra pelle lutti e sofferenze. Gli ultimi avvenimenti, però, non possono essere adeguatamente compresi se non si considerano le circostanze che li hanno preceduti, il contesto in cui si sono svolti. Noi riteniamo il governo spagnolo direttamente responsabile di questa morte. Non è possibile dimenticare l’intransigenza e la chiusura totale del governo spagnolo davanti alla richiesta di gran parte della società basca che chiedeva il rimpatrio (non la liberazione) dei prigionieri politicici baschi. Richiesta che era stata fatta propria da partiti, associazioni, movimenti; una richiesta con cui non si chiedeva altro che l’applicazione della legge per cui i prigionieri avrebbero il diritto di scontare la loro pena in Euskal Herria. Il governo Aznar ha ripetutamente dato prova di non voler rispettare questi diritti elementari. ETA aveva sequestrato Blanco in quanto dirigente del Partito Popolare in Bizkaia, ma il governo di Aznar [leader del Partito Popolare] nemmeno per un momento ha dato l’impressione di voler risolvere il problema e ha preferito trasferire questa responsabilità alla società civile. Inoltre questa morte è direttamente legata all’illegalità praticata dal governo in materia di politica carceraria [ETA aveva chiesto il rimpatrio nelle carceri di Euskal Herria dei prigionieri baschi, attualmente disseminati nelle varie carceri spagnole; non chiedeva la liberazione dei prigionieri]. Se il governo applicasse la legge, tutto questo non sarebbe mai accaduto. La società basca in questi ultimi anni si era ampiamente mobilitata con manifestazioni, scioperi della fame, petizioni… per l’applicazione delle leggi e per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri politici, ma i governi spagnoli hanno sempre detto NO. Bisogna capire che anche questa azione deriva direttamente dal rifiuto sistematico del governo di riconoscere i diritti della comunità dei prigionieri e che la richiesta di rimpatrio per i prigionieri baschi è legittima, legale.
 Questo scontro sociale interno alla società basca risponde esclusivamente agli interessi di Madrid, incapace di affrontare le proposte di dialogo e negoziati che da almeno due anni vengono portate avanti dal movimento abertzale con l’“Alternativa Democratica”. Nei giorni precedenti la morte di Miguel Angel Blanco, il governo spagnolo aveva nuovamente mostrato la sua totale incapacità nel risolvere i problemi, trasformando l’azione di ETA [il sequestro] in una “questione di stato”, ottenendo l’appoggio della monarchia e di tutte le forze politiche ed economiche.
Da parte mia commentavo che forse proprio tutte queste iniziative della società basca (anche all’estero, pensavo alle occupazioni di ambasciate spagnole nelle principali capitali europee, con la partecipazione di centinaia di cittadini baschi, parenti e amici dei prigionieri…) rischiavano ora di essere vanificate dall’azione di ETA.

Non era però questa l'opinione di Gorka: “Non penso proprio che quello che la società basca ha saputo mostrare con la sua mobilitazione oggi abbia perso di valore. Caso mai è il governo che ha dato prova dei suoi limiti, della sua incapacità o impossibilità di risolvere i problemi.
Quanto ai veri e propri assalti contro le sedi di Herri Batasuna e contro i militanti abertzale, l'esponente di HB mi confermava che “
sicuramente i partiti hanno avuto un ruolo, anche se in forma diversa. Mentre il Partito Popolare di Aznar si è impegnato direttamente, gli altri –PSOE, PNV, Izquierda Unida – hanno reagito in modo molto accomodante rinunciando, a mio avviso, anche alla loro identità, si trattasse dei partiti della sinistra o dei nazionalisti moderati; forse anche per paura. Per definire quello che è accaduto si può parlare di “mobilitazione reazionaria delle masse”; alla fine del secolo si ripete in qualche modo quello che accadeva negli anni Venti e Trenta, con il fascismo, in Germania, Spagna, Italia… Fondamentale è stato il ruolo dei mezzi di comunicazione; è provato che i direttori dei principali giornali e televisioni si sono riuniti con esponenti governativi per concordare obiettivi è intensità del messaggio da trasmettere. Questo intervento si è sovrapposto alla necessità oggettiva della società basca di trovare una via d’uscita al conflitto con i risultati che sai: tentativi di linciaggio, molotov contro le sedi di Herri Batasuna, ecc. Si è trattato in gran parte di un movimento alimentato dai partiti (il Partito Popolare in primo luogo) e dai mezzi di comunicazione, un movimento sostanzialmente di carattere reazionario, ma non per questo bisogna ritenere che sia reazionaria la società basca. Una sorta di isteria collettiva che rapidamente ha perso slancio: infatti gli inviti alla criminalizzazione, al linciaggio nei confronti degli indipendentisti lanciati dal Partito Popolare sono stati raccolti sono inizialmente. Noi non temiamo che si crei un clima permanente di scontro sociale perché quello che è accaduto è in massima parte effetto della manipolazione, non è un elemento permanente. Alla fine questa politica si risolverà in un fallimento per il Partito Popolare e i suoi alleati. Noi manteniamo con fermezza la nostra volontà di dialogo con chiunque, al fine di trovare una soluzione per l’attuale conflitto che lacera Euskal Herria. Vorrei ribadire che quanto è accaduto è conseguenza di una situazione politica non risolta; noi, sia ben chiaro, non viviamo per la morte, ma questa è la realtà odierna di Euskal Herria e richiede una soluzione politica. Non si può pensare di concentrare la storia di un popolo che lotta da anni per la sua liberazione in un giorno o in un singolo episodio”.
Quanto ai documenti scoperti qualche settimana prima, da cui risultava che ancora nel 1982 il PNV avreva collaborato con i Servizi spagnoli, fornendo elenchi di presunti militanti di ETA, disse che “per noi non è una novità e questi documenti vengono alla luce grazie alle lotte intestine tra i gruppi di potere. Il PNV ha sempre collaborato con le forze di sicurezza contro la sinistra abertzale. E appena ha avuto una sua polizia “autonoma” lo ha fatto in proprio”.


LA TREGUA DEL 2006: UN'OCCASIONE PERDUTA

Nel maggio 2006, in un'altro incontro con il dirigente abertzale Joseba Alvarez (in quel periodo portavoce del Kampoko Harremanetarako Batzordea di Batasuna) avevamo fatto il punto sulla situazione dopo una nuova tregua di ETA. Una tregua, purtroppo, che sarebbe durata soltanto nove mesi. Tragicamente interrotta dall’attentato del 30 dicembre 2006 all’aeroporto di Madrid che determinò la rottura dei negoziati cominciati in giugno. Pur rivendicando l’attentato (che avrebbe dovuto essere solo dimostrativo e invece provocò due vittime) ETA aveva dichiarato di voler mantenere la tregua per permettere un ulteriore sviluppo del processo di soluzione politica del conflitto.
Nel 1997, al momento del processo contro i dirigenti di Herri Batasuna, Joseba Alvarez ricopriva la carica di responsabile per l’euskara (la lingua basca) nel partito abertzale (indipendentista di sinistra). Liberato, con gli altri esponenti, dopo qualche anno di carcere era diventato responsabile dell’Ufficio Esteri (Kampoko Harremanetarako Batzordea) della nuova formazione Batasuna. Insieme ad altri esponenti di Batasuna si era recato varie volte in Sudafrica “a scuola di colloqui di Pace” (come avevano già fatto molti irlandesi, sia repubblicani cattolici che unionisti protestanti durante i colloqui per l’Irlanda del Nord) studiando attentamente l’esperienza di riconciliazione nazionale del dopo-apartheid.
In seguito venne nuovamente incarcerato.

Nel maggio 2006 la cosa più significativa a due mesi di distanza dall’annuncio del “cessate il fuoco permanente” da parte di ETA, per Alvarez la cosa più significativa era che “la società basca percepisce come la sinistra indipendentista ce la stia mettendo tutta affinché il processo di pace vada nella giusta direzione; a mio avviso non si può dire lo stesso del governo Zapatero. Mentre ETA dopo sette settimane dall’“alto el fuego” ha dato un’ampia intervista, pubblicata sul quotidiano “Gara”, riaffermando la sua volontà politica di proseguire, mentre Batasuna ha reso pubblico il suo gruppo di negoziatori, il governo spagnolo ha continuato ad arrestare i militanti baschi (e anche recentemente uno di loro ha denunciato di aver subito tortura), mantiene l’illegalizzazione di Batasuna, continua con la dispersione dei prigionieri e delle prigioniere baschi. Inoltre il giudice Marlaska dell’Audiencia Nacional aveva convocato otto dei principali dirigenti di Batasuna e il PSOE si rifiutava di costituire la Mesa de Partidos (Tavolo dei Partiti) “perché Batasuna è illegale”. Per colpa del Governo è stato perso tempo prezioso e il PSOE ha bloccato la creazione della Mesa de Partidos. L’attuale situazione del processo di pace (a due mesi, ripeto, dalla dichiarazione di Alto el Fuego Permanente di ETA) è molto grave, delicata.

All'epoca il presidente spagnolo Zapatero aveva creato una Comisiòn de Verificaciòn del Alto el Fuego (secondo Alvarez “una cosa completamente inutile che ha confermato quello che era già evidente, ossia che ETA ha rispettato la parola data”).
Timide aperture convivevano con inspiegabili resistenze ed evidenti contraddizioni da parte del governo spagnolo.
Zapatero aveva appena dichiarato che in giugno avrebbe annunciato l’inizio di contatti ufficiali con ETA. Da quello che si vedeva tutto sembrava indicare che uno dei due tavoli o dei forum di dialogo, quello della smilitarizzazione, avrebbe avuto inizio. Tuttavia l’altro spazio, forum o tavolo di dialogo, la Mesa Politica de los Partidos, restava ancora bloccata a causa del PSOE che sosteneva di “non potersi riunire con Batasuna in maniera ufficiale essendo il partito basco illegalizzato”.
Eppure, sosteneva Joseba “tutti sanno che la soluzione del conflitto esige i due accordi, quello politico e la smilitarizzazione. Per questo dico che la situazione è grave. Non ha senso che il PSOE dica di non potersi riunire con Batasuna perché è illegale, mentre nello stesso momento il governo di Zapatero, ugualmente del PSOE, decide di riunirsi ufficialmente con ETA che, oltre a essere illegale e clandestina, è anche considerata un’organizzazione terrorista”.

In quel periodo quasi tutte le forze politiche basche, la maggioranza dei sindacati e anche la stragrande maggioranza dei movimenti sociali baschi si erano apertamente schierate in favore di un processo di pace in Euskal Herria e criticavano l’operato di Zapatero e del PSOE. Un altro problema era rappresentato dal fatto che il governo di Ibarretxe , il governo della Comunità Autonoma Basca, continuava a utilizzare l’Ertzaintza (la polizia “autonoma” basca) per reprimere qualsiasi iniziativa di Batasuna, da buon esecutore degli ordini del governo e della magistratura spagnola. Nonostante il PNV (moderato di centrodestra, sostanzialmente “democristiano”) sostenesse di “opporsi alla politica spagnola” la sua polizia, l’Ertzaintza, operava in perfetta sintonia con Madrid.

Pensando ai prigionieri politici baschi che erano recentemente morti in carcere, avevo colto l'occasione per chiedere a Joseba di aggiornarci sulla loro situazione, anche in tema di maltrattamenti e dispersione.
Per il combattivo esponente abertzale la situazione del collettivo dei prigionieri e delle prigioniere baschi non era assolutamente migliorata negli ultimi anni, nemmeno dopo la proclamazione dell’Alto el Fuego Permanente da parte di ETA, anzi “proprio il contrario. Mentre anche il governo spagnolo ha riconosciuto che ETA non ha causato la morte di nessuno negli ultimi mille giorni, nello stesso periodo sono morti più di una dozzina di prigionieri (di cui tre suicidi) a causa della politica carceraria e delle condizioni in cui versano le prigioni spagnole e francesi. Altrettanti familiari di prigionieri sono morti in incidenti stradali mentre si recavano a trovare i loro familiari dispersi in carceri lontane centinaia, talvolta migliaia di chilometri da casa. Non solo non gli viene riconosciuto lo status di prigionieri politici, ma vengono violati i loro diritti fondamentali come quello di poter studiare in carcere o di scontare la pena più vicino alle loro famiglie”.
Sottolineava poi che su questa questione il governo spagnolo non rispettava nemmeno la volontà della maggioranza della società basca che chiedeva il loro avvicinamento e la fine dell’isolamento carcerario. E concludeva: “Siamo pertanto ancora molto lontani dalla possibilità per i prigionieri di prendere parte attivamente al processo di pace e dalla scarcerazione di tutti e di tutte, come è avvenuto in Irlanda e in Sudafrica”.

Le premesse per una soluzione politica del conflitto c'erano quindi da tempo, anche se il percorso rimaneva ingombro di ostacoli.
Possiamo dire comunque che da allora (2006) di strada ne è stata fatta, anche se a camminare sembra siano soltanto i Baschi.
Nessuno si fa soverchie illusioni sulla “buona volontà” delle istituzioni, ma comunque una domanda sorge spontanea:
i miopi governi, spagnolo e francese, cosa pensano di fare? Restare ancora alla finestra?
Gianni Sartori

* nota 1: da leggere, assolutamente "FELIX LIKINIANO MILICIANO DE LA UTOPIA" di Pilar Iparragirre, edizioni Txalaparta 1994

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