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italia / svizzera / lotte sindacali / cronaca Friday May 05, 2017 02:34 byGianni Sartori

TRA RICORDI DI TESTIMONI E TESTIMONIANZE DI PROTAGONISTI, RIVIVE LA QUASI INSURREZIONE PROLETARIA DI VALDAGNO CONTRO IL PADRONE MARZOTTO

“Esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra”
Walter Benjamin

19 APRILE 1968: SOLTANTO UN INIZIO
(frammenti di lotte sociali nel vicentino 1968-1969)

(Gianni Sartori)

Avendo letto “I tre moschettieri” e anche il seguito, ritenevo che il giro di boa, l'eventuale amarcord finale fosse quello dei fatidici “Vent'anni dopo”. Per questo verso la fine del 1987 (in vista del ventennale, ma con qualche mese di anticipo) avevo scritto un autocelebrativo “Non è colpa mia se avevo sedici anni nel '68” ripescando una frase di Andrea Gobetti (il nipote di Piero- speleologo torinese, militante di Lc e amico di Tonino Micciché*) dove mischiavo arbitrariamente ricordi di manifestazioni e di attività speleiste, in particolare l'esplorazione della Grotta del Torrione Vallesinella, agosto 1968, nelle Dolomiti di Brenta.
Sono poi transitati, a passo di (lunga) marcia, non solo il ventennio, ma anche il trentennio (appena intravisto) e senza quasi farsi notare, anche il quarantennio. Ma nel frattempo avevo letto “Le falangi dell'ordine nuovo”, il fumetto di Bilal e Christin dove gli ex componenti di una Brigata internazionale riprendono le armi contro i rigurgiti fascisti mezzo secolo dopo la guerra civile spagnola.
In realtà la vicenda si svolge verso la fine degli anni settanta, quindi a 40 – non 50 - anni dallo scioglimento delle Brigate internazionali. Tuttavia, considerato che nel '68 avevo 16 anni, mi potevo scalare tranquillamente una decina di anni rispetto a Pritchard, Barsac, Avidsen, Stransky, Castejon e gli altri personaggi, settantenni, della storia.
Questo mi aprì, mentalmente, la possibilità di rinviare un'eventuale, definitiva rimpatriata al cinquantennio. Prospettiva ritenuta comunque lontana e improbabile da raggiungere, per lo meno da vivi.
Invece ora eccolo qua, famelico e ormai alle porte. E penso tristemente che per chi oggi ha l'età che io avevo nel '68, la mia generazione corrisponde non a quella dei partigiani (per noi sessantottini) e nemmeno dei volontari in Spagna, ma più o meno a quella dei bolscevichi del 1917 o, sempre più o meno, ai marinai di Kronstadt del 1921. Se è troppo complicato, poi vi spiego.

Rivedo una scritta apparsa anche sui muri della Bertoliana, la biblioteca pubblica vicentina, nel 1971:

“1981: La Comune – 1921: Kronstadt -1971: ?”.

Come già detto, siamo ancora in attesa (anche se i Curdi nel Rojava forse ci stanno provando, per quanto umanamente possibile).
Resta il fatto che la mitica Kronstadt, per la mia generazione quasi altrettanto lontana della Comune, risaliva soltanto a qualche decennio prima, più o meno appunto come ora il '68.

Quindi, prima di scordarsi, oltre a quel che siamo diventati, anche quello che eravamo, meglio prendere nota.

E comincio dal 19 aprile valdagnese del 1968.
C'ero, devo dire. Per caso e di sfuggita, ma c'ero. O quasi.
Eravamo partiti in autostop nel primo pomeriggio, io e l'Umberto, per andare in piscina a Valdagno (coperta, una rarità all'epoca). Il viaggio era stato particolarmente sfigato e arrivammo talmente tardi che stavamo già pensando di ritornarcene a Vicenza. E poi praticamente non riuscimmo nemmeno a entrare in paese. Tutti ci sconsigliavano vigorosamente, ci suggerivano di fare dietrofront e alla fine mi lasciai convincere dall'Umberto che “non era il caso di andarsele a cercare”. Peccato, anche se probabilmente a quel punto i “disordini” erano conclusi e restava operativa soltanto la caccia all'uomo (preferibilmente dall'aspetto operaio) da parte di polizia e carabinieri. Ma comunque ritornai il giorno dopo, recidivo. Stavolta da solo.
Tra i ricordi: le decine di manichini, prelevati dalle vetrine sfondate dei negozi Marzotto e gettati nel greto ciottoloso dell'Agno; i gradini frantumati del piedistallo della statua di Marzotto (abbattuta a furor di popolo) per ricavarne pietre; alcuni “trentini” in trasferta (Rostagno, Boato...Curcio pare di no...) completi di eschimi, patacche maoiste e barbe.
Ebbi qui modo di conoscere qualche abitante di Valdagno che, apertamente, rivendicava la partecipazione ai fatti del giorno prima. Alcuni li rividi in seguito a qualche manifestazione. E uno anche alla più modesta rivolta di Arzignano del 1972 per la minacciata chiusura della Pellizzari**.

Ritrovati nel corso degli anni (almeno alcuni, per altri vado a memoria) ne ho raccolto impressioni e ricordi, talvolta discordanti, sulla Madre di tutte le Rivolte Operaie nel Vicentino

LISETTA E BRUNO: LA PRIMA PIETRA NON SI SCORDA MAI
Una premessa.
Il 19 aprile 1969 era previsto lo sciopero di 24 ore per tutti i tessili.
Di buonora i carabinieri si erano piazzati all'interno della portineria occupando diverse entrate e anche le scale in modo da garantire l'entrata ai crumiri, più che altro impiegati e dirigenti.
Raccontava Lisetta (SPI), all'epoca del nostro ultimo incontro:
“Alle sette usciamo noi del primo turno, in sciopero dopo un'ora di lavoro. Ci fermiamo sui gradini e tentiamo di occupare anche noi la portineria.
Siamo quasi tutte donne, ma i carabinieri non si fanno intenerire e ci scacciano colpendoci con i cinturoni. Cominciano così i primi tafferugli. Poi,
mi pare verso le nove, arrivano centinaia di studenti (circa 300 nda) delle superiori in corteo. Tra le nove e mezzogiorno le cariche della Celere non si arrestano mai. I poliziotti non risparmiano botte e pestaggi e usano sia i manganelli che il calcio dei fucili. Vengono lanciati lacrimogeni a centinaia.
Ma davanti alla fabbrica un picchetto di un migliaio di operai non fugge e continua a resistere...
Alla sera, verso le diciotto...”

Interveniva a questo punto Bruno, il marito, anche lui operaio e protagonista della battaglia di Valdagno:
“Ostia, ma vuoi lasciar parlare anche me un poco? Verso le diciotto, appunto, gli agenti arrestano due operai e li trascinano in portineria. Per rilasciarli il questore esige che venga sciolta la manifestazione. In risposta riceve una bordata di fischi e urla. Cominciano a volare le prime pietre, ne tiro qualcuna anch'io, mentre la Celere e i Carabinieri caricano nuovamente sparando lacrimogeni ad altezza d'uomo. A me, poi, li spareranno dall'alto verso il basso (micidiali! nda) perché mi ero rifugiato sotto le arcate di un ponte che scavalcava l'Agno”.
Coincidenza. Un altro manifestante, quello incontrato quattro anni dopo ad Arzignano, mi raccontò che i carabinieri gli scagliarono addosso, dall'alto, diverse grosse pietre mentre si trovava in una situazione analoga.

Ma a questo punto è l'intera popolazione di Valdagno che scende in strada ribellandosi a Marzotto e ai suoi ascari.
“Io portai anche una delle corde, -continuava Bruno – prendendola in prestito da un cantiere, per tirar giù la statua. E pensa che ero iscritto alla CISL...”. Anche se di fornitori di corde nel corso degli anni ne ho incontrati almeno una decina, va detto che comunque abbattere la statua di Marzotto ebbe un forte valore simbolico, come quando lo fucilarono in effige nel 1945. “In quel caso forse anche troppo simbolico – aveva commentato Elio, un altro ex operaio presente alla conversazione con Lisetta e Bruno.
Alexis, un compagno greco rifugiato a Valdagno per sfuggire al regime dei colonnelli, mi aveva invece fornito una sua versione (non saprei quanto veritiera) della scomparsa delle lettere che componevano la scritta sotto al monumento, quello abbattuto. Dopo essere state divelte, non sarebbero finite dentro al torrente Agno, ma nella cantina di un professore che le aveva sequestrate a un suo allievo responsabile del prelievo. Verità o leggenda metropolitana?

Lasciamo ora raccontare il seguito della quasi insurrezione ad una altro ex operaio in pensione, Igino:
“Verso le 23 molti manifestanti cominciarono a rincasare e quasi contemporaneamente arrivarono altri celerini - un migliaio, si diceva - e altri “baschi blu”. Questi dalla Sardegna, sempre si diceva. Cominciarono subito a picchiare chiunque si trovava per strada e perquisire cantine e pianerottoli in cerca di manifestanti. Un vero rastrellamento! Si sentivano raffiche di mitra e i feriti si contavano a decine (anche se il numero esatto non si conoscerà mai in quanto molti preferirono curarsi a casa per non rischiare l'arresto nda).
Bilancio finale: 300 fermati e 47 arrestati, portati questi ultimi direttamente nel carcere di Padova.
Il Giornale di Vicenza, tanto per non smentirsi, scriveva: “42 arrestati (47 in realtà nda) a Valdagno dopo le devastazioni e la drammatica sfida alle forze dell'ordine”.

Proviamo a contestualizzare.
Dalla Marzotto alla Pirelli, alla Fiat: alla fine degli anni sessanta riprende vigorosamente un ciclo di lotte che per forme, contenuti, qualità segnano una svolta. L'autunno caldo del 1969 sarà il momento culminante (azzoppato, se non proprio stroncato, con la la strage di Stato del 12 dicembre) di questa nuova fase. Nel '68 alla Pirelli (vedi il CUB) si ricorre a scioperi interni, di reparto, rallentamento e autoriduzione della produzione, modifica di fatto delle condizioni di lavoro.
Questo il quadro generale.
E anche Vicenza si mobilitava. Nei giorni successivi al 19 aprile si svolsero azioni di picchettaggio e boicottaggio davanti al “Fuso d'oro” (proprietà di Marzotto) in Corso Palladio. Distribuimmo un volantino dove Domenico Buffarini (PSIUP, reduce da Valle Giulia) aveva estrosamente disegnato un pugno chiuso che usciva dalla ciminiera di una fabbrica stringendo una chiave inglese con varie scritte:
POLIZIA AL SERVIZIO DI MARZOTTO – ESTENDIAMO LA LOTTA CONTRO I PADRONI E IL LORO STATO – BOICOTTARE I “FUSO D'ORO” E I “JOLLY HOTEL”

Con gli inevitabili risvolti. Alcuni fermi e una dura carica dei carabinieri che apparvero d'improvviso nella galleria delle vetrine (se ne stavano chissà da quanto tempo acquattati nel cortile interno), una massa nera brulicante che ci inseguì (i pochi rimasti in strada dopo una decina di fermi) quasi fino in piazza dei Signori. Ricordo la giovanissima morosa di Alberto G. disperata, in lacrime, dopo che lui era stato fermato e portato in questura.

PARANTESI RUMORIANA
Un inciso e un salto di qualche mese. Arriviamo al 23 dicembre 1968, sempre a Vicenza.
Il Natale era alle porte e presumibilmente faceva freddo parecchio (ah, gli inverni di una volta!). A Palazzo Trissino (Comune di Vicenza) era in agenda un incontro tra Mariano Rumor, capo del governo e i sindaci vicentini. Partecipava anche il vescovo Zinato.
Nel frattempo il centro storico della città del Palladio veniva invaso da decine di bandiere vietcong (quelle del FLN: blu, rosse e con la stella). Spuntavano clandestine sul monumento a Garibaldi, sui fili del tram, sulle impalcature...
All'arrivo di Mariano un lancio di uova (vorrei, ma non posso onestamente, definirlo “fitto”...diciamo moderatamente intenso) che però non colpiscono l'illustre democristiano, ma solo la scorta. Fuga precipitosa dei lanciatori che temono di essere stati identificati (uno di buona famiglia trascorse, beato lui, oltre un mese ad Asiago nella seconda casa di amici benestanti; altri si affidarono alla provvidenza...). A conti fatti, successivamente, le uova lanciate furono al massimo una decina.
Sui giornali del giorno dopo apparve la foto di Rumor uscito incolume da un “agguato” mentre intratteneva soavemente i sindaci democristi.
Una ventina di giorni prima, il 2 dicembre 1968, la polizia aveva ucciso due braccianti (e causato una cinquantina di feriti) sparando durante una manifestazione ad Avola. Anche a Vicenza c'era stata una manifestazione di protesta e successivamente la distribuzione di volantini in memoria di Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona.

IL RUOLO DELLA CISL
Arriva il 1969 e la lotta continua.
Diamo la parola a un sindacalista comunista che aveva preso parte, se pur marginalmente, alla rivolta:“Nel 1969, dopo due scioperi dichiarati dalla CGIL, si arrivò all'occupazione della fabbrica su proposta della CISL, forse preoccupata per la possibilità di una seconda rivolta operaia. Rivolta che avrebbe potuto avere effetti dirompenti in tutta la provincia dove i tradizionali meccanismi di mediazione e controllo vacillavano vistosamente”.
Anche Pina, all'epoca giovane operaia, poi militante di lotta comunista, mi aveva sostanzialmente confermato il ruolo della CISL nel disinnescare ulteriori sollevazioni proletarie:
“L'occupazione durò un mese, ma in forma chiusa senza contatti aperti con l'esterno. Di fatto, gli operai erano asserragliati in fabbrica. Nelle trattative emerse la proposta del delegato sindacale e di reparto, eletto da tutti i lavoratori. Nel febbraio del 1969 non sembrò un “contentino”, ma una vittoria significativa. E così anche il diritto all'assemblea - durante l'orario di lavoro con la presenza del sindacato – che venne subito dopo. In realtà il recupero della rivolta era già avviato”.

A ormai quindici giorni dall'inizio dell'occupazione, l'8 febbraio a Vicenza gli studenti dichiarano uno sciopero di solidarietà.
Penso di poter rivendicare qualche responsabilità nella sostanziale, per quanto modesta, riuscita di quello all'Istituto magistrale (governativo nella dicitura originale) D. G. Fogazzaro. In batteria con Giorgio Bordin (all'epoca figiciotto, in anni successivi attore e per un periodo perfino repubblicano!?!) e Gianni Cadorin (in seguito anarchico) riuscimmo a tener fuori alcune classi. Quasi al completo la mia, la 3° E.
Credo in quella occasione di aver avuto un breve alterco con il futuro sindaco Variati che era, mi pare, in 2° E. Forse già seguace di Rumor, avrebbe preferito entrare. Fatalmente, alla prima occasione per il sottoscritto e per Alfredo Zaniolo scattò una sospensione.

Con l'evidente intento di svuotare la protesta il prefetto chiedeva una “tregua” di 90 giorni. Nel frattempo gli operai occupanti avrebbero dovuto sgomberare, ma la proposta venne rispedita al mittente.

Tra i molteplici interventi a sostegno degli operai va registrato quello dei partigiani delle Formazioni Garemi.
In un volantino del 9 febbraio 1969 scrivevano:

“...gli stabilimenti Marzotto sono stati salvati più volte dalla distruzione, durante l'ultima guerra, grazie all'intervento dei partigiani. Ciò avvenne per due volte nell'estate del 1944, quando alcune azioni partigiane fecero rallentare in vari modi il ritmo della produzione nelle fabbriche Marzotto, riuscendo così a convincere gli alleati a rinunciare ai bombardamenti a tappetto che essi avevano progettato su Valdagno (il prodotto che usciva dalla Marzotto andava infatti ad alimentare il potenziale bellico dei tedeschi). La terza volta fu nei giorni della Liberazione, dal 25 aprile al 29 aprile, quando il pronto intervento dei partigiani a difesa delle fabbriche impedì che i tedeschi nella loro ritirata, potessero far saltare le enormi cariche di tritolo che in precedenza avevano collocato agli angoli degli stabilimenti più importanti della nostra provincia, quelli di Marzotto compresi. Marzotto questi fatti dovrebbe ricordarseli bene anche se, in quei giorni cruciali, preferì scapparsene da Valdagno e rifugiarsi a Vittorio Veneto (....).
Si capisce bene che quegli stabilimenti non furono salvati per fare un servizio ad una dinastia che si era fin troppo compromessa col fascismo e aveva la sua buona parte di colpa per i mali che affliggevano il Paese. Ma i partigiani (…) avevano coscienza che con quegli stabilimenti salvavano un capitale immenso, tanto utile per dare lavoro a migliaia di operai e per favorire la ripresa economica del Paese (…). I Marzotto hanno dimenticato però che, loro malgrado, c'è stata in Italia una lotta di Liberazione che ha risvegliato le coscienze dei lavoratori. Nonostante le rappresaglie, le intimidazioni, il paternalismo dei padroni, i lavoratori oggi hanno coscienza dei loro diritti e li vogliono. La via per poterli ottenere è la lotta, quella stessa che voi avete scelto con tanta decisione (…).

Dopo l'accordo alla Marzotto, in tutto il vicentino si sviluppò un ampio movimento per rivendicare i diritti sindacali sul luogo di lavoro. Alla Lanerossi (10mila dipendenti) la Filtea provinciale dichiarò uno sciopero in contrapposizione a CISL e UIL per il decadimento delle Commissioni interne e per l'elezione del Consiglio.
Sempre per la cronaca: con un leggero anticipo di venti giorni il 9 aprile lo Stato celebrò a modo suo il primo anniversario della rivolta di Valdagno. Ammazzando due persone inermi, un operaio e una insegnante, nel corso delle proteste scoppiate a Battipaglia contro la chiusura di un paio di stabilimenti. I feriti furono oltre 200, la metà per arma da fuoco.

UNA DONNA DI NOME TINA

Tornando al vicentino, il volantino dello sciopero*** alle Magistrali fu “galeotto” nel farmi conoscere Tina Merlin****, la grande giornalista che aveva denunciato in anticipo la tragedia del Vajont. Purtroppo inascoltata, come Cassandra.
Nel febbraio del 1969, qualche giorno dopo lo sciopero mi recai, in autostop, a Valdagno in visita alla fabbrica occupata. Portavo la mia testimonianza, appunto il volantino di solidarietà degli studenti dell’istituto magistrale di Vicenza A Valdagno ne lasciai alcune copie agli operai di guardia, un pochetto diffidenti devo dire. Certo “non era l’occupazione delle fabbriche del 1921 – pensavo - ma insomma era già qualcosa” e ritornai a Vicenza in autostop. A darmi un passaggio fu proprio Tina Merlin (partigiana, giornalista dell’Unità) che mi aveva intravisto parlare con gli operai. Ovviamente consegnai anche a lei copia del volantino che poi inserì nel suo libro “Avanguardia di classe e politica delle alleanze” (Editori Riuniti, 1969). Ormai la lotta della classe operaia di Valdagno era divenuta di rilevanza nazionale .
Del viaggio ricordo soprattutto un suo auspicio: “Voi giovani vedrete realizzarsi i nostri sogni, quelli del vostri genitori…un mondo meno ingiusto..” (cito a memoria). Sembrava convinta e non posso fare a meno di pensare a quanto sarebbe delusa vedendo il disastro attuale.
In ogni caso la sua testimonianza rimane esemplare, salda. A futura memoria.
La immagino ancora giovane, impavida staffetta partigiana, tra un rastrellamento e un posto di blocco nazifascista...magari un poco pistolera...all'assalto del cielo.

Naturalmente la rivolta di Valdagno non era sbocciata improvvisamente, così dal nulla.
Vediamo qualche precedente.
Sin dal 1967 c'era stata mobilitazione contro l'aggravamento dei carichi e dei ritmi, a causa del passaggio da un sistema paternalistico-manifatturiero ad una nuova organizzazione del lavoro, impostata dall'Ufficio- tempi e metodi, da poco impiantato, che introduceva ampi elementi di fordismo.
Come mi aveva spiegato circa quindici anni fa un responsabile della Camera del lavoro di Vicenza (potrebbe essere stato Coldagelli, ma non ci giurerei) “Costituì sicuramente un traumatico giro di vite per i lavoratori. Organizzazione scientifica del lavoro che comportava il raddoppio immediato del numero dei telai assegnati a ogni operaio. Decisioni che alimentarono la protesta. La rivolta del 19 aprile fu quindi sia contro il vecchio paternalismo, con l'abbattimento della statua, sia contro i nuovi sistemi di sfruttamento della rinnovata organizzazione capitalistica del lavoro”.
Per la Rivoluzione restiamo sempre in lista d'attesa. Per quanto improbabile, non si sa mai...

Gianni Sartori

* nota 1: Tonino Miccichè, operaio e militante di Lotta continua, venne assassinato da Paolo Fiocco, guardia giurata e iscritto alla Cisnal, nell'aprile 1975 alla Falchera (Torino).
Dall’arringa dell'avvocato Bianca Guidetti Serra al processo contro Fiocco: “Freddezza e efferatezza raramente sono cosi evidenti, c’è la volontà di uccidere. Arriva con la pistola infilata nei pantaloni. Ha indossato il soprabito per coprirla. E’ tranquillo, per non destare sospetti. In lui ansia di vendetta e rancore acuto. E'un assegnatario, privilegiato rispetto agli altri che sono occupanti. Ha due box e li difende con pervicacia non accettando la proposta motivata degli altri. Di fronte ha un giovane lavoratore che aiuta e si batte per dare una casa a chi è senza“.
Condannato prima a 19 anni di carcere, poi in appello a 13, il vigilante Fiocco ottenne la semilibertà nel gennaio 1981. Venne addirittura scarcerato già nel 1982. Niente male per un omicida.

*nota 2: Arzignano 1972. Il “Partito” (Potere Operaio) aveva detto di no, non si doveva andare. La mobilitazione alla Pellizzari era nata in difesa del posto di lavoro, una lotta considerata di retroguardia. Ma a noi quattro non ce ne fregava un cazzo. Le notizie parlavano di barricate, di un paese sotto assedio, di centinaia di persone, operai con le loro famiglie, a presidiare le strade. Come accadeva contemporaneamente nel Bogside a Derry.
In quel di Arzignano arrivarono addirittura a circondare una colonna di gipponi della Celere che, incautamente, era entrata in paese e non riusciva più a uscirne. Bastava e avanzava. Partimmo appunto in quattro (Alberto, Tiziano, Umberto e io) come i cavalieri dell'Apocalisse, stipati nella 500 di Alberto.
Impensabile arrivarci dalle strade principali a causa dei posti di blocco. Ma per stradine bianche collinari secondarie, anche una caresà ricordo, giungemmo di soppiatto in prossimità del paese per poi proseguire a piedi. Alla sera rientrammo a Vicenza facendo il percorso inverso. Così per tre giorni di seguito, finché grazie alle trattative sindacali (e ai cedimenti) si giunse a un compromesso poco onorevole che lasciò l'amaro in bocca alla maggioranza delle maestranze. La rabbia era tanta, la consapevolezza (sta per: coscienza di classe anticapitalista) pure. Ricordo alcuni operai (e non tutti giovani, anche uno che era stato partigiano) che avendoci individuato come presunti “maoisti” non esitarono nel proporci di partecipare a qualche “azione diretta” eclatante (non scendo in particolari, ma veramente “eclatante”...). Forse saggiamente il futuro ambientalista Fazio (che ricordavo medico m-l a Velo d'Astico) li riportò a più miti consigli. Casualmente incontrai anche quell'operaio di Valdagno che il 19 aprile di quattro anni prima aveva rischiato di venir lapidato dai carabinieri mentre si rifugiava sotto un ponte dell'Agno.
Con un gesto esplicito battè la mano su una tasca mormorando “ma stavolta xe meio che no i ghe prova gnanca...”. Vai a sapere.
Conservo un'immagine cupa e livida dell'ultimo rientro. Eravamo già in alto, sulle colline e dal paese invaso dalle ombre della sera si alzavano colonne di fumo nero dai copertoni che bruciavano. Insieme alla rabbia, bruciavano anche alcune barricate: piuttosto di demolirle in molti preferirono darle alle fiamme. Da qualche parte nel mondo, sepolto sotto la cenere di mille sconfitte, forse quel fuoco brucia ancora e attende. Spero.

** *nota 3: Per chi fosse eventualmente interessato il volantino (“Gli studenti del “Fogazzaro” in sciopero, Vicenza 8 febbraio 1969) si trova a pag. 225 del libro citato. Lo avevo scritto nella sede del PSIUP di Vicenza insieme all’allora compagno, poi democristiano, Alfredo Zaniolo con la supervisione, in parte censoria, di Domenico Buffarini, dirigente pisiuppino.
Riporto la conclusione:

“Operai!
Gli studenti non vi esprimono solo la loro solidarietà, ma vi portano il contributo cosciente della loro lotta contro il comune nemico, il capitalismo!
Uniti, studenti e operai possono costruire un mondo nuovo!
Uniti, studenti e operai possono diventare padroni del loro destino!
A Valdagno, a Vicenza, nel Veneto, in tutta Italia studenti ed operai uniti nella lotta”.

Belle parole senz'altro. Perfino commoventi. Ancora attuali? Quien sabe...
E comunque “per come la vedo io, la lotta continua...” (citazione, ovviamente).

** **nota 4: Tina Merlin era nata a Trichiana (BL) nel 1926.
Partigiana durante la guerra di Liberazione, dal 1951 al 1967 era stata corrispondente dell'Unità da Belluno. Per i suoi articoli in cui denunciava la realizzazione della diga del Vajont e i rischi di una catastrofe (come poi puntualmente avvenne) venne denunciata e processata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico”. In seguito fu corrispondente dell'Unità da Vicenza.
Mi capita spesso di paragonarla a un’altra donna esemplare, Rachel Carson, l'autrice di “Silent Spring” (1962).Un analogo destino: aver previsto e anticipato i drammi dell’inquinamento e venir per questo derisa e umiliata.

bolivia / peru / ecuador / chile / workplace struggles / comunicado de prensa Friday May 05, 2017 02:06 byFrente Sindical

El pasado 2016 fue un año más agraz que dulce para el movimiento sindical que se organiza dentro de la región chilena: a pesar de una lucha tenaz, la patronal ha endurecido sus posiciones, sumado a la crisis profunda que atraviesa actualmente la Central Unitaria de Trabajadores. Si por un lado, tanto la aprobación de la reforma laboral como las derrotas de las huelgas o movilizaciones obreras más importantes (SODIMAC o el sector público) se muestran como un claro termómetro del conflicto capital-trabajo en el país, fenómenos como el movimiento No+AFP o la renovación de la directiva del Colegio de Profesores dan cuenta de potencialidades que, aunque todavía en ciernes, podrían inclinar la balanza favorablemente a los trabajadores en un futuro no tan distante.

A este escenario se suman las elecciones presidenciales y parlamentarias, que como hemos visto muchas veces, tienden a reducir la política al marketing, por sobre las propuestas y definiciones claras. Hasta el momento, es necesario resaltar que ninguno de los programas que ofrece el espectro político ponen la centralidad en el trabajo. La falta de voluntad de discutir o producir política, o de avanzar en definir y concretar las reformas que entendemos como necesarias o deseables es evidente. Es la clase trabajadora organizada la única que puede llevarlas adelante.

Ante esto, es evidente la necesidad de reflexionar sobre las tareas a las que nos enfrentamos hoy como trabajadores y trabajadoras: la reforma laboral, la situación de la CUT, el movimiento huelguístico y el movimiento No + AFP, aparecen como claves ineludibles en esta tarea.

La reforma laboral

Como nunca, la reciente implementación de la reforma laboral mostró a un movimiento sindical particularmente dividido e impotente. Aun cuando dicha transformación gozó de un prematuro apoyo de la CUT, no tardó en encontrar críticas incluso al interior de la multisindical más importante del país.

La reprobación no sólo vino de los actores sindicales. Como bien destacaron muchos estudiosos en la materia, la “nueva” ley laboral apenas muestra escuetos avances (cuotas de género en los directorios sindicales, extensión de beneficios relativa), mientras mantiene y en algunos casos profundiza elementos claves del plan laboral de José Piñera (conserva el reemplazo en huelga con diferentes figuras, insiste en la ausencia de la negociación por rama y mantiene el paralelismo sindical).

Además, existe consenso respecto a que la reforma producirá un aumento en la judicialización de la conflictividad laboral, situación que en un contexto de debilidad manifiesta del sindicalismo, tenderá a debilitar aún más la posición negociadora de los trabajadores. Todavía más, las novedades de la mencionada enmienda impactarán sensiblemente a trabajadores de pequeñas y medianas empresas dificultando la sindicalización en un sector que de por sí es el que paga peores salarios y ofrece las peores condiciones laborales.

Sin perjuicio de que la dirigencia del Partido Comunista no valora positivamente la reforma, no ha deslizado críticas importantes a la misma. Todo lleva a suponer que ello no obedece sino a su voluntad irrestricta de proyectar su filiación a la Nueva Mayoría más allá del presente ciclo presidencial. Además de ello, la impotencia del resto de la izquierda es un reflejo del estado del movimiento sindical que no puede resolverse solo con “más acumulación”, lo que pone de relieve la urgencia de la acción política de sectores estratégicos, con capacidad de dar golpes efectivos al momento de enfrentar estas coyunturas, ante la imposibilidad inmediata de una mayor unidad sindical general.

Las elecciones de la CUT

Las últimas elecciones de la CUT pusieron en tela de juicio, nuevamente, la representatividad de la multisindical más grande del país, envuelta en acusaciones de un severo fraude electoral que resultó en la continuidad del Partido Comunista en su dirección. A causa de esto, sectores críticos dentro y fuera de la Central volvieron a tomar fuerza y a plantear la necesidad de una reforma al sistema de votaciones (la que fue rechazada en su reciente Congreso en Enero de 2017 y pospuesta, una vez más, para la próxima elección en 2020) y de un Congreso Refundacional que permitiera su recuperación para las demandas e intereses de nuestra clase. La suspensión de las elecciones programadas para el 20 de abril, a causa de la resolución del Tribunal Electoral Metropolitano, producto de las irregularidades en el proceso de agosto de 2016, han supuesto un nuevo revés para la actual conducción la CUT.

Dicho escenario de debilitamiento de la actual conducción de la CUT, así como la elección de direcciones críticas a su mesa directiva en dos de los gremios más importantes de sus afiliados (Colegio de Profesores y ANEF), dan cuenta de una posibilidad (aún lejana pero menos abstracta) de un cambio de rumbo en la Central. En ese sentido, y pese a la tentación de levantar consignas que apunten a desahuciar la CUT, dado su estado de crisis actual, insistimos en la necesidad de plantear como un objetivo estratégico para los trabajadores la construcción de una central única representativa del conjunto de la clase, aprovechando las potencialidades presentes en organizaciones de trabajadores, para construir una organización unitaria, clasista, anticapitalista y antipatriarcal, que sea capaz de revitalizar el movimiento sindical chileno. En la misma línea, parece factible avanzar en la formación de un bloque de organizaciones sindicales que presione públicamente para que la coyuntura avance en dicha dirección.

El movimiento huelguístico

Pese a la debilidad del movimiento sindical, la intransigencia del empresariado determinó el estallido de numerosas huelgas y movilizaciones reivindicativas, entre las que destacaron a fines de 2016 las de Homecenter, Alto Maipo y la del sector público y en los primeros meses de 2017 la huelga de Minera Escondida. No obstante los esfuerzos de los trabajadores y su relativo posicionamiento mediático, ninguna fue exitosa.

El discreto desempeño de la economía durante el año 2016 y las proyecciones a la baja para el 2017, la renuencia del gobierno a negociar con los trabajadores del sector público, las facilidades del empresariado en el reemplazo de los trabajadores movilizados y la ofensiva de los empleadores (anunciada por la ya mencionada reforma laboral) conspiró a favor de la derrota de un movimiento en el cual menos de un 15% de los asalariados se sindicaliza y donde apenas un 5% se encuentra cubierto por el mecanismo de negociación colectiva.

En este sentido, el contexto y los eventos mencionados denota el grave problema de ineficacia de la herramienta huelguística (arrastrado desde el Plan Laboral) para alcanzar objetivos de corto plazo. Justamente por ello, las tácticas de lucha de la clase obrera han excedido el ámbito de trabajo y se han hecho extensiva a las calles, contra el Estado, en pos de demandas que caben dentro de lo que algunos sectores denominan “derechos sociales”. Así, el desafío parece radicar en contener la ofensiva empresarial, y lograr que las organizaciones sindicales resistan y no vean mermada su fuerza.

El movimiento No+AFP

En la medida que el movimiento sindical no contó con la unidad necesaria para hacer frente a la reforma laboral, la táctica movimentista de la Coordinadora No+AFP logró dotar de una cohesión importante a un sector significativo de la clase trabajadora que en su mayoría no cuenta con espacios de organización para defender sus intereses materiales. La demanda de No+AFPs, por tanto, permitió dinamizar la conflictividad fuera de los espacios de trabajo o estudios, y levantó una problemática que excede el ámbito meramente gremial, siendo capaz de levantar demandas que abarcan al conjunto de la clase trabajadora, en sus distintas expresiones.

No obstante, es preciso reconocer que la dificultad de la demanda, pese a la claridad programática con que se plantea, abre una serie de interrogantes acerca de las proyecciones de este movimiento y sus perspectivas de triunfo. Hasta el momento, lo más que se ha logrado ha sido el emplazamiento del Gobierno y las fuerzas políticas tradicionales a asumir la necesidad de realizar reformas, habiéndose anunciado por el Gobierno el envío de un proyecto de ley de reforma de pensiones que en lo fundamental establece el aumento de un 5% de cotizaciones de cargo del empleador, sin que exista total claridad acerca de su contenido dado que el Ministro de Hacienda ha manifestado que será enviado al Congreso en un plazo de 3 meses. Pese a la inexistencia de un conocimiento acabado del proyecto del Gobierno, es posible afirmar que ninguno de los eventuales alcances de esta reforma previsional, resuelve ni de lejos el problema concreto al corto plazo, que son las pensiones estructuralmente insuficientes para sobrellevar los costos elementales de la vida de los adultos mayores.

Además de esto, la situación relativamente alentadora que muestra el movimiento, ha sido lo suficientemente fértil para el ofrecimiento a sus vocerías de eventuales candidaturas presidenciales, alternativas rechazadas por la Coordinadora hasta ahora. En nuestra opinión, la eventual proclamación de Mesina como candidato presidencial ha tensionado y ha atentado directamente la unidad del espacio, y sus proyecciones para este 2017. Por lo anterior, recibimos con satisfacción las recientes declaraciones de la Coordinadora No Más AFP, en las que se descarta la candidatura presidencial de Mesina, privilegiando el fortalecimiento del principal referente actual de la unidad de la clase trabajadora por sobre la aventura electoral, en momentos en que se requiere una perspectiva de largo plazo que nos permita avanzar hacia la unidad de los trabajadores.

En definitiva, y frente a este escenario adverso, el desafío es discutir política con miras a la elaboración de programa y de propuestas concretas que permitan avanzar en la transformación de la sociedad que queremos, como trabajadoras y trabajadores. El llamado es a construir una central única, anticapitalista y antipatriarcal, y fortalecer las organizaciones sociales de nuestra clase, dotándolas de herramientas políticas y de creatividad táctica para hacer frente a la coyuntura. Sólo la organización y la lucha nos permitirá avanzar y obtener lo que el capital y el Estado nos niegan.

bolivia / peru / ecuador / chile / represión / presos / opinión / análisis Friday May 05, 2017 01:13 byEsteban Miranda

En la Provincia de Arauco, no hay muchas oportunidades de trabajo; así una gran parte de la población ve en el ingreso a la industria forestal la única salida para poder sobrevivir. Hace 10 años la Provincia se encontraba en un estado de agitación extrema. Más de 5000 trabajadores de la Empresa Bosques Arauco –propiedad del Grupo Angelini- se habían lanzado a la huelga, hartos de los salarios de hambre, que una de las ramas económicas más importantes del país, les entrega a cambio de la venta de su fuerza de trabajo. Muchos no percibían más de $60.000 de sueldos base. Además de la cuestión salarial, la movilización hacia hincapié en la necesidad de no hacer distinción de ningún tipo entre trabajador@s de planta y subcontratados, una demanda central que hoy con más fuerza que en aquel entonces, es impulsada por las fracciones más activas del nuevo movimiento obrero que empieza a emerger.

En aquella gran huelga, luego de más de un mes de diversas movilizaciones y la implementación de variadas formas de presión, el día 3 de mayo unos 2000 trabajadores tomaron la determinación de cortar la ruta que une Concepción con Arauco a la altura de la Planta Celulosa Horcones, en Laraquete.

Luego de más de 5 horas de bloqueo, Carabineros arremetió con fuerza, con la intención de despejar la ruta a como diera lugar, produciéndose violentos choques con los huelguistas, que no estaban dispuestos a ceder ni un metro de la carretera. Para lograr su objetivo, las fuerzas represivas no escatimaron en recursos, atacando incluso los automóviles de los trabajadores forestales estacionados en el lugar. En medio de los brutales enfrentamientos entre los obreros y las Fuerzas Especiales de Carabineros –incluso cuerpo a cuerpo-, Rodrigo Cisterna, un joven obrero de 26 años toma la decisión de subirse a un cargador frontal y arremeter contra los vehículos de la policía, volcando varios de ellos. Fue en ese momento, cuando varios efectivos policiales descargaron numerosas ráfagas de disparos, quitándole la vida instantáneamente. Más de 100 balas salieron de las armas de la represión. Por si esto fuera poco, 4 operarios más habían sido heridos por el plomo policial y un quinto trabajador perdió su ojo izquierdo. Otros 6 huelguistas fueron detenidos en el lugar y apaleados salvajemente por la enloquecida policía.

Al funeral realizado en Curanilahue, asistieron más de 25.000 personas, provenientes de todos los puntos de la región. El último adiós a Rodrigo estuvo marcado por una mezcla entre dolor, impotencia, indignación y rabia contra la empresa, Carabineros y el Estado chileno (cuya presidencia en aquel entonces estaba bajo el mando de Michelle Bachelet) que avalaba sin tapujos el accionar policial.

En el mes de abril del año 2013, el Primer Juzgado Civil de la ciudad de Concepción, determinó que era responsabilidad policial y del Estado Chileno este crimen de clase. En consecuencia, ordenó que el fisco debía cancelar una indemnización de $30.000.000 a la viuda de Rodrigo y su hijo, $10.000.000 a cada uno de los cuatro heridos a bala en la jornada lucha y $20.000.000 para el trabajador que perdió su ojo. Más allá de las altas cifras de dinero, al fin se logró “acreditar legalmente” la absoluta responsabilidad de la policía en los hechos de violencia ocurridos aquella noche.

Rodrigo Cisterna, así como muchas y muchos otros militantes populares asesinados, vivirá por siempre en el corazón del pueblo trabajador que lucha por construir una sociedad digna y libre para las grandes mayorías expoliadas por el capital, el empresariado y el Estado.

Ελλάδα / Τουρκία / Κύπρος / Αναρχικό κίνημα / Νέα Tuesday May 02, 2017 17:41 byαναρχική συλλογικότητα Οκτάνα

Θα είμαστε εκεί αν προσπαθήσουν να εκκενώσουν την Rosa Nera. Όχι μόνο ως σύντροφοι δίπλα στους συντρόφους μας, αλλά και ως κομμάτι αυτού του τόπου. Για να υπερασπιστούμε έμπρακτα ως τοπική κοινωνία, την ελευθερία μας να οργανωνόμαστε και να αγωνιζόμαστε ενάντια στο ψέμα, την αλλοτρίωση, την εκμετάλλευση και την καταπίεση. Ενάντια στις «αξίες» δηλαδή πάνω στις οποίες οικοδομήθηκε και συνεχίζει να οικοδομείται η Κρήτη της Ευρωπαϊκής Ένωσης, της επιχειρηματικότητας και της «ανάπτυξης». Θα είμαστε εκεί, για να υπερασπιστούμε το δικαίωμά μας να διεκδικούμε έναν τόπο ελεύθερο από τα δεσμά του κεφαλαίου και της μικροεξουσίας. Μια κοινωνία αντάξια της θυσίας και του μόχθου των ανθρώπων που την έχτισαν.

Το τελευταίο διάστημα πληροφορηθήκαμε ότι συζητιέται η εκκένωση της Κατάληψης Rosa Nera στα Χανιά, προκειμένου να «αξιοποιηθεί» από ξενοδοχειακό όμιλο.

Αρχικά, τι σημαίνει «αξιοποίηση», «επενδύσεις» και «ανάπτυξη» στην τουριστική βιομηχανία της Κρήτης;

Οι επενδύσεις στον τουριστικό τομέα είναι κέρδος. Κέρδος «για τον τόπο»; Όχι, είναι κέρδος στις τσέπες των ξενοδόχων, που αντλείται από την υπερεργασία των ξενοδοχοϋπαλλήλων. Επενδύσεις για το ντόπιο κατεστημένο των ΝΔ-ΠΑΣΟΚ-ΣΥΡΙΖΑ, σημαίνει μόστρα και πολιτικό κεφάλαιο. Δίνουν δηλαδή την ευκαιρία σε βουλευτές και τοπικούς παράγοντες να κόψουν τις πολυπόθητες για το παραγοντιλίκι «κόκκινες κορδέλες»˙ γιατί οι κόκκινες κορδέλες φέρνουν ως γνωστόν δημοσιότητα και ψήφους. Οι «επενδύσεις» και η «ανάπτυξη» δεν είναι παρά όροι που χρησιμοποιούνται από τη μία για να φτιάξουν πολιτικές καριέρες κι από την άλλη για να καλλωπίσουν την εργοδοτική κερδοφορία και την τρομοκρατία στα σκλαβοπάζαρα των ξενοδοχειακών μονάδων του νησιού.

Είναι εκείνη η «ανάπτυξη» που «δίνει δουλειά» σε καμαριέρες, σερβιτόρους κ.α. με απλήρωτα 12ωρα, μηδενικά ρεπό «γιατί έχουμε φουλ σεζόν», δουλειά σε πολλαπλά πόστα, αναγκαστική εργασία εν μέσω τραυματισμών κλπ. Είναι η ανάπτυξη των νεκρών εργατών και των εκατοντάδων εργατικών ατυχημάτων στην Κρήτη. Είναι η ανάπτυξη που θέλουν οι ξενοδόχοι του Παγκρήτιου Συλλόγου Διευθυντών Ξενοδοχείων που αντιδρούν στην εγκατάσταση προσφύγων στο νησί γιατί θα πλήξει τον τουρισμό. Η ανάπτυξη που θέλει ο κ. Βαμιεδάκης, εντεταλμένος σύμβουλος τουρισμού στην Περιφέρεια Κρήτης και ιδιοκτήτης του τουριστικού κάτεργου Elounda Breeze, ο οποίος τρομοκρατεί και απολύει εκδικητικά όσους εργαζόμενους ζητάνε τα δεδουλευμένα τους στις επιχειρήσεις του. Γι’ αυτούς, ανάπτυξη σημαίνει να σε ταΐζουν ψίχουλα για 6 μήνες τον χρόνο και να λες ευχαριστώ γιατί τουλάχιστον δεν είσαι άνεργος για όλον τον χρόνο.

Τι είναι και τι δεν είναι οι Καταλήψεις

Οι Καταλήψεις δεν είναι χώροι για τα αφεντικά αλλά για την εργατική τάξη και τις συνελεύσεις της. Είναι χώροι στέγασης κι όχι ιδιοκτησίας, όπου οι εκμεταλλευόμενοι και οι καταπιεσμένοι στεγάζουν τις πολιτικές και κοινωνικές τους ανάγκες. Είναι κοινότητες πολιτισμού, με καλλιτεχνικές και πολιτιστικές δραστηριότητες που αναδύονται από την ίδια τοπική κοινωνία και όχι από την Τοπική Αυτοδιοίκηση. Στις Καταλήψεις δεν θα διασκεδάσεις ανάμεσα σε μπράβους. Για να μπεις δεν χρειάζεται να έχεις επενδύσει στην γκαρνταρόμπα σου, ούτε χρειάζεται να φας το μισό σου μηνιάτικο για να πιεις μια ρακή. Οι Καταλήψεις είναι εστίες αγώνα της μνήμης ενάντια στη λήθη. Κρατάνε ζωντανή την αντιφασιστική ιστορία και προασπίζονται την τοπικότητα. Είναι χώροι παιδείας, δεν διδάσκουν μύθους για κρυφά σχολειά και αυταπάτες για τη δημοκρατία και τις εκλογές της. Αντίθετα, μελετούν και συζητούν -με ειδικούς και μη- για την κοινωνία, τους αγώνες και τις επιστήμες της. Είναι χώροι ενημέρωσης και πληροφόρησης˙ όχι μηντιακής μυθοπλασίας τύπου Σρόιτερ-Ευαγγελάτου και άλλων υπαλλήλων σε δημοσιογραφικά ουρητήρια. Εδώ, η ενημέρωση δεν βγαίνει κατά παραγγελία. Οι καταλήψεις τέλος, είναι χώροι ψυχαγωγίας˙ και δεν μιλάμε για το μπανιστήρι του «Survivor». Αυτήν την «ψυχαγωγία» την προσφέρει ο Αλαφούζος (ΣΚΑΙ, Καθημερινή) και τα ατσαλάκωτα παπαγαλάκια του˙ οι μουτζαχεντίν του «Μένουμε Ευρώπη» που τολμούν να μιλάνε για πολιτισμό και νεολαία. Εμείς αντίθετα μιλάμε για μια ψυχαγωγία συλλογική, όπου πομπός και δέκτης είναι ο άνθρωπος˙ μια ψυχαγωγία που κοινωνικοποιεί και διαπαιδαγωγεί. Αυτές είναι οι Καταλήψεις. Είναι σπόροι που διασκορπά ο άνεμος της αντίστασης και φυτρώνουν όπου φτάνουν τα ρεύματά του. Δεν είναι ενδημικά είδη καμιάς περιοχής αλλά φύονται εκεί που οι άνθρωποι παίρνουν την ζωή τους στα χέρια τους.

Για όλα τα παραπάνω και για άλλα που δεν χωράνε εδώ, οι Καταλήψεις στεγάζουν και προσελκύουν πολύ κόσμο. Οι εχθροί τους –κράτος, φασίστες, εργοδοσία, αστυνομία, μαφία- ξέρουν ότι δεν λέμε ψέματα. Δεν μπορούν να το αρνηθούν γιατί έχουν μάτια και βλέπουν. Βλέπουν τις εκατοντάδες κόσμου που μαζεύονται κάθε χρόνο στις εκδηλώσεις και τα γλέντια των γενεθλίων της Rosa Nera και της Κατάληψης Ευαγγελισμού, στα αναρχικά μπλοκ στον δρόμο, στις δράσεις και τις δραστηριότητες της αντιεξουσιαστικής-ελευθεριακής κοινότητας της Κρήτης.

Θα είμαστε εκεί αν προσπαθήσουν να εκκενώσουν την Rosa Nera. Όχι μόνο ως σύντροφοι δίπλα στους συντρόφους μας, αλλά και ως κομμάτι αυτού του τόπου. Για να υπερασπιστούμε έμπρακτα ως τοπική κοινωνία, την ελευθερία μας να οργανωνόμαστε και να αγωνιζόμαστε ενάντια στο ψέμα, την αλλοτρίωση, την εκμετάλλευση και την καταπίεση. Ενάντια στις «αξίες» δηλαδή πάνω στις οποίες οικοδομήθηκε και συνεχίζει να οικοδομείται η Κρήτη της Ευρωπαϊκής Ένωσης, της επιχειρηματικότητας και της «ανάπτυξης». Θα είμαστε εκεί, για να υπερασπιστούμε το δικαίωμά μας να διεκδικούμε έναν τόπο ελεύθερο από τα δεσμά του κεφαλαίου και της μικροεξουσίας. Μια κοινωνία αντάξια της θυσίας και του μόχθου των ανθρώπων που την έχτισαν.

ΚΑΤΩ ΤΑ ΧΕΡΙΑ ΑΠΟ ΤΗΝ ROSANERA

αναρχική συλλογικότητα Οκτάνα
μέλος της Αναρχικής Ομοσπονδίας

http://oktana.espivblogs.net

venezuela / colombia / miscellaneous / comunicado de prensa Tuesday May 02, 2017 09:38 byGrupo Libertario Vía Libre

Este 1ero de mayo de 2017 conmemoramos un nuevo Día Internacional de los Trabajadores y Trabajadoras. Nos movilizamos trayendo a la memoria la gran huelga general de 1886 por las 8 horas de trabajo en Estados Unidos impulsada por la militancia anarquistas; la ejecución del 11 de noviembre de 1887, tras un juicio farsa, de los líderes obreros libertarios George Engel, Adolf Fischer, Albert Parson y August Spies; la campaña mundial, liderada por la extraordinaria propagandista Lucy Parsons, revindicando la huelga del 1ero de mayo y el ejemplo político de los llamados Mártires de Chicago; y más adelante, la convocatoria en el plural Congreso Obrero y Socialista de 1889, de una jornada mundial de protesta a realizarse en esta misma fecha, por la reducción de las horas de trabajo. Así, recordamos hoy una bella expresión del poder creador de la clase trabajadora. Una celebración universal y laica, clave en la historia humana, que no es sino obra de los trabajadores y las trabajadoras mismas, fruto de sus esfuerzos y esperanzas en un mundo mejor.

Este 1ero de mayo de 2017 conmemoramos un nuevo Día Internacional de los Trabajadores y Trabajadoras. Nos movilizamos trayendo a la memoria la gran huelga general de 1886 por las 8 horas de trabajo en Estados Unidos impulsada por la militancia anarquistas; la ejecución del 11 de noviembre de 1887, tras un juicio farsa, de los líderes obreros libertarios George Engel, Adolf Fischer, Albert Parson y August Spies; la campaña mundial, liderada por la extraordinaria propagandista Lucy Parsons, revindicando la huelga del 1ero de mayo y el ejemplo político de los llamados Mártires de Chicago; y más adelante, la convocatoria en el plural Congreso Obrero y Socialista de 1889, de una jornada mundial de protesta a realizarse en esta misma fecha, por la reducción de las horas de trabajo. Así, recordamos hoy una bella expresión del poder creador de la clase trabajadora. Una celebración universal y laica, clave en la historia humana, que no es sino obra de los trabajadores y las trabajadoras mismas, fruto de sus esfuerzos y esperanzas en un mundo mejor.

Este 1ero de mayo también levantamos el recuerdo de las primeras conmemoraciones obreras de esta fecha en América Latina, dinamizadas por las activistas socialistas libertarias tanto en Cuba en 1887, como en Argentina en 1890. Al igual, rescatamos el estreno de esta celebración proletaria en Colombia en 1914 bajo el llamado de la independencia política y la organización común de la clase trabajadora, así como la radicalización que experimentó la celebración en el país desde la década de 1920, que por decisivo estimulo de las agrupaciones libertarias, adquirió cada vez mayores elementos de una jornada de lucha de espíritu internacionalista y revolucionario.

Este 1ero de mayo remembramos que en la represión contra la marcha del 1ero de mayo de 2005 realizada en la ciudad de Bogotá, fue severamente herido por agentes del Escuadrón Móvil Antidisturbios (ESMAD) de la Policía Nacional, el joven estudiante libertario de 15 años de edad, Nicolás David Neira Álvarez, que 5 días después terminaría perdiendo la vida por esta causa. El caso hasta hoy impune de Nicolás Neira, nos recuerda tanto el auténtico carácter del Estado colombiano y sus fuerzas de seguridad, como la situación de represión que cotidianamente viven los sectores populares que se organizan y movilizan por una vida mejor.

Este 1ero de mayo nos movilizamos contra la política económica del gobierno nacional de Juan Manuel Santos y la oposición uribista que buscan hacer pagar la desaceleración económica a la clase trabajadora, por ejemplo con aumentos del salario mínimo que se quedan por debajo de la inflación. Expresamos nuestra solidaridad y nuestra voluntad de unir las luchas que hoy libran los trabajadores y las trabajadoras de las minas de sal de Manaure, de los campos petroleros de Cira-Infantas y la refinería de Cartagena, de la industria bancaria, de los maestros de instituciones públicas, del Bienestar Familiar, de la carretera de la Ruta del Sol y los empleados estatales, así como los y las indígenas del Norte del Cauca en su labor de liberación de la madre tierra, los y las estudiantes por la plena democracia universitaria y las mujeres y disidencias sexuales por el cese del asesinato por razones de género y los plenos derechos civiles, sexuales y reproductivos.

Rechazamos el alza de tarifas del transporte público y la privatización de la ETB de la administración distrital de Enrique Peñalosa, la contaminación de la gran minería sobre los territorios campesinos, la criminalización de la protesta social y el asesinato sistemático de líderes y lideresas sociales por parte de los rearmados grupos paramilitares. Vamos por la implementación de los acuerdos de paz con las FARC, la concreción de los acuerdos con el ELN y el inicio de diálogos con el EPL, por la libertad de Mateo Gutiérrez y todos los presos y presas políticas detenidas por luchar.

Este 1ero de mayo salimos a continuar la lucha por mejores condiciones de trabajo; por las 8 horas efectivas de labor sin descuento de salarios, hoy tan negadas y tan urgente para la mayoría de trabajadores y trabajadoras como lo eran en Chicago hace dos siglos; por el reconocimiento de nuestras organizaciones sindicales y sociales; por la unidad de la clase trabajadora del mundo sin distinción de sexo, raza o geografía; por convertir en acto la inmensa fuerza que la clase obrera y los sectores populares tienen para revolucionar el mundo por medio de la organización, la acción directa y la lucha. Nos movilizamos por una vida digna, avanzando en un horizonte de superaciones del Capitalismo y otras opresiones sociales, que nos conduce a preparar desde ahora una sociedad mejor, más justa y solidaria, la del comunismo y la libertad.

¡Este 1ero de mayo a la calle!
¡Arriba las que luchan!

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Employees at the Zarfati Garage in Mishur Adumim vote to strike on July 22, 2014. (Photo courtesy of Ma’an workers union)

Employees at the Zarfati Garage in Mishur Adumim vote to strike on July 22, 2014. (Photo courtesy of Ma’an workers union)

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